Si può fare (italiano L2 alle superiori a Roma)

intercultura

Pubblichiamo un articolo di Federica Bianchi, apparso originariamente nel giornalino della scuola dove lavorava, l’Istituo Tecnico Commerciale Lucio Lombardo Radice di Roma.

Federica ci parla dell’importanza del suo lavoro, citando le testimonianze delle sue alunne, non dimenticando di mettere in risalto anche alcuni aspetti paradossali di questa professione.

Federica sta contribuendo attivamente a questo blog, occupandosi del tema “Lauree in didattica dell’italiano a stranieri”.

Nella nostra classe di italiano quest’anno siamo in quattro: due ragazze cinesi, una rumena, e io, l’insegnante di L2. L’anno scorso eravamo di più, considerando qualcuno che poi ha abbandonato il corso e qualcuno che si è aggiunto alla fine. Una piccola classe multilingue, un microcosmo multietnico, nel quale alunni di lingue e culture diverse si ritrovano una volta a settimana, per imparare a parlare, o a parlare meglio, la lingua italiana e per conoscere l’Italia, Roma, le nostre tradizioni, come celebriamo il Natale e cosa mangiamo la domenica, e perché in italiano “buona fortuna” si può dire anche “In bocca al lupo”.  E per scoprire che spesso tutto il mondo è paese.

Carmen entra in classe, prima lezione dell’anno, è raggiante. “Ciao prof!”. E’ cresciuta tanto, è più spigliata, più disinvolta dell’anno scorso. “Mi sono fidanzata, prof!”. Ecco spiegato l’arcano: gli adolescenti innamorati sono uguali a qualunque latitudine.

Arriva Anni affannata, di ritorno dalla succursale, giusto in tempo per cominciare la lezione. Capelli neri, frangetta e coda all’insù, è timida e studiosa. Lei e Carmen si salutano affettuosamente, contente di essersi ritrovate anche quest’anno, una ragazza cinese e una rumena. Le guardo soddisfatta, hanno fatto progressi: l’anno scorso erano entrambe al primo anno di scuola superiore italiana, Anni in I e Carmen in III.  A loro si è aggiunta quest’anno Luisa, nome italiano, famiglia cinese, accento romano.

Quando è arrivata in Italia, poco più di una anno fa, a Carmen, che parlava poco o niente di italiano, è successo quello che normalmente succede a tutti gli studenti stranieri da poco arrivati nel nostro Paese: il nostro sistema scolastico infatti non prevede l’esistenza di “classi speciali per stranieri”, pertanto questi alunni vengono integrati nelle classi ordinarie, a seconda delle loro competenze didattiche e, soprattutto, della loro età.

La politica scolastica italiana, a differenza di altri Paesi,   ha scelto  l’inserimento degli alunni stranieri nella “scuola comune”, all’interno delle classi  ordinarie, evitando luoghi di  apprendimento separato,  in continuità con precedenti scelte della scuola italiana per l’accoglienza e l’integrazione di varie forme di diversità (in questo caso linguistica e culturale). L’altro modello, quello europeo, è il modello, diffuso da molti anni,  che prevede classi separate. I sistemi inglese e tedesco, ad esempio, prevedono classi differenziate per gli alunni stranieri, fino al raggiungimento della competenza linguistica. In Germania, particolare rilievo ha il “Progetto lezioni in tandem” che consiste nell’affiancare ai tradizionali corsi extracurricolari di lingua, alcune ore di compresenza in classe degli insegnanti di altre madrelingue. E l’ammissione nelle classi ordinarie avviene solo dopo aver superato l’esame di una commissione. Anche in Spagna ci sono classi “di passaggio”.

A fronte di un numero sempre crescente di alunni stranieri tra i banchi delle scuole italiane, anche nel nostro Paese si è avvertita l’esigenza di trovare una risposta migliore al tema dell’inserimento degli stranieri nella nostra scuola. Sono 711mila gli alunni stranieri in Italia, pari al 7,9% di tutti gli studenti, dalla scuola d’infanzia fino ai licei e agli istituti tecnici. In tutto, sono 37.454 in più rispetto all’anno scolastico precedente.  Ma fanno la fatica di sempre, pur orientandosi, per lo più, verso scuole «più facili». Scuole pubbliche, naturalmente (85,8%),  eccetto che per le materne. E il divario si fa più evidente nella scuola secondaria, dove i bocciati sono il doppio degli italiani.

Classi “ghetto” si, classi “ghetto” no. A dirla in questi termini, sembrerebbe il titolo di una canzone; e invece è uno dei temi più dibattuti, in materia di scuola, degli ultimi anni. Nel 2008 passa alla Camera una mozione proposta dal senatore leghista Cota per l’integrazione degli alunni stranieri attraverso “classi di inserimento”, che rappresentano un modello non distante da quanto già avviene in molti Paesi europei, dove le classi separate sono da tempo una realtà. Il documento impegnava il Governo dell’epoca a rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, «favorendo il loro ingresso previo superamento di test e specifiche prove di valutazione; a istituire classi di inserimento che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutici all’ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti». Inoltre, la mozione prevedeva una distribuzione degli alunni stranieri nelle scuole «proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri».  Questa proposta ha suscitato una polemica che ha tenuto banco sui media nazionali per diversi mesi: a detta delle opposizioni di centro-sinistra, la proposta della Lega Nord (partito che spesso in passato si è reso responsabile di campagne ideologiche dalla venatura xenofoba e razzista) porterebbe inevitabilmente a ghettizzare gli alunni stranieri, discriminandoli e rallentando il loro inserimento nella nostra società piuttosto che facilitarlo. Posto dinanzi a queste critiche, il senatore Cota, oggi governatore del Piemonte, si difese sottolineando come la proposta del suo partito avrebbe al contrario evitato l’alta percentuale di insuccesso scolastico degli alunni stranieri, i quali finora vengono “catapultati” nelle classi anche senza conoscere una parola di italiano.

Per ora, uno dei provvedimenti in atto nel nostro paese, come da Circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, è il tetto del 30% alla presenza di alunni stranieri in ogni classe che, a detta dell’ex ministro Gelmini, dovrebbe favorire la loro integrazione graduale mentre sicuramente crea problemi a quelle scuole, soprattutto primarie, dove fino all’80% degli iscritti sono stranieri, e non italiani. Un esempio di questo è la scuola elementare C. Pisacane di Tor Pignattara dove, nel settembre 2010, erano 38 i bambini stranieri che volevano essere iscritti. 38 bambini e bambine, che sono vissuti a Roma e a Roma hanno frequentato la scuola dell’infanzia, che parlano italiano, ma che saranno trattati in modo diverso rispetto ai loro coetanei, poiché i loro genitori sono immigrati in questo paese prima che loro nascessero e di conseguenza non sono ritenuti cittadini italiani.

Al di là di ogni giudizio politico, analizzando questo provvedimento possono essere fatte alcune considerazioni. La scuola caratterizzata dalla presenza di alunni con formazione culturale profondamente diversa è ormai una realtà, fonte di arricchimento culturale e personale per alcuni genitori ed alunni, motivo di preoccupazione per altri, che temono un possibile rallentamento dei programmi e del progresso dei propri ragazzi . Ma oltre alla percezione delle famiglie, dobbiamo tener conto del lavoro dei docenti e dei dirigenti, non sempre pronti ad affrontare realtà linguistiche e culturali così diverse, che richiedono un oneroso impegno professionale, al quale non sempre corrisponde un’adeguata formazione iniziale, né un sufficiente supporto in servizio.

Pur trovandoci in un momento di ristrettezza di risorse e di riforme in atto, che appesantiscono il lavoro quotidiano di dirigenti e docenti, dobbiamo poter affrontare questioni di fondo, quali la formazione iniziale e in servizio di tutto il personale, i protocolli di accoglienza, l’apprendimento della lingua italiana, il coinvolgimento di tutti i genitori e di tutti gli alunni e, non ultimo, il contenuto dei saperi, la dimensione interculturale di ciascuna delle discipline, i cui programmi risalgono ad un tempo, ormai definitivamente chiuso, in cui la cultura in classe, salvo rarissime eccezioni, era omogenea e locale.

“Ero appena arrivata, mi sentivo curiosa di tutte le cose nuove e strane. Nel corso del tempo, ho una certa conoscenza della lingua italiana. Compresa la sua politica, economia, educazione e costumi e così via. So che l’Italia è anche composta da immigrati provenienti da molti paesi. Appena entrata in scuola, ero molto eccitata. Ma col passare del tempo, so anche alcune differenze tra la scuola cinese e quella di Italia. Ho anche saputo le differenze tra le persone cinesi e italiane, sono molto simili, sono entusiaste, sono molto amichevoli e gli piacciono aiutare gli altri.”

“Pensavo che le persone italiane non sono cosi amichevoli con le persone straniere. Così penso e quasi non parlo mai con nessuno, ho paura che sbaglio di parlare e mi prendono in giro; pian piano ho capito che le persone italiane non sono così. Sono molto felice che sono venuta in Italia, e ho conosciuto tanti amici.”

Anni e Luisa, IIE  e IC, I.T.C. L. Lombardo Radice, Roma.

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