ALFABETI DIVERSI. La testimonianza di Elena

Con estremo piacere vi propongo la testimonianza di Elena, che ci parla della sua esperienza di lavoro in un CTP.
Il suo è un resoconto intenso, che leggerete senza staccare gli occhi dallo schermo. Più che una testimonianza lasciata su un blog, è una pagina di letteratura sincera, cruda, infine poetica. Buona lettura a voi.

ALFABETI DIVERSI

Aminata non capisce niente, ed è il mio tormento e la mia spina nel fianco. Oltre che la mia spina nel fianco è ormai anche la mia sfida personale.
Salamata invece alterna guizzi di intelligenza negli occhi miti e acquosi, operose e pazienti opere calligrafiche e brevi cadute ortografiche.
Rheena invece è già andata a scuola, però scrive solo con dei magnifici arabeschi hindi che tende a riportare anche nel nostro alfabeto e non sa una parola di italiano né di inglese.
Ho capito solo dopo qualche lezione e qualche malinteso che per dire sì ondeggia leggera la testa sul collo a destra e sinistra, sorriso bianchissimo e luccicante sguardo di carbone come nei film di Bollywood.
Zhora parla un po’ di italiano, come tutti gli arabi confonde e ed i, o ed u, ma in quattro e quattr’otto ha capito che i suoni si possono trascrivere in forma di lettera e le lettere in forma di parola e procede spedita fino a quando per un nonnulla si emoziona, arrossisce, si inceppa e comincia a calcare la matita in piccoli solchi sul quaderno.
Alimatou arriva con la bambina legata sulla schiena in uno scialle colorato. La spoglia, la fa cadere, la allatta, le soffia il naso, risponde a uno dei due telefoni che mette sul tavolo accanto a fazzoletti, salviettine, fogli accartocciati. Le ho detto di lasciare la bambina alla baby sitter giù in entrata, ma la cosa funziona una volta su tre. E’ impaziente, vorrebbe imparare più velocemente, ha la mano leggera e forse sarebbe brava a disegnare perché le sue lettere sono perfette. Vuole che il suo quaderno sia impeccabile e quando sbaglia si perde d’animo e si distrae. L’ho beccata a riprendere la lezione con il cellulare. Dice che se la riguarda a casa così si ricorda le cose.
Awa mi ha lasciata di stucco quando mi ha detto che ha la patente e porta sempre i tre figli a scuola. Fa anche un lavoro stagionale (un lavoro da uomo, mi ha detto) a una cinquantina di chilometri da qui, qualcosa che ha a che fare con il trapiantare le piante di vite e il vino.
Abbas è il mio orgoglio. Fosse andato a scuola sarebbe sicuramente un qualche premio nobel. Arriva dal Ghana, ma ci ha messo una ventina d’anni ad arrivare quassù, passando per il Burkina Faso, un lavoro da tessitore in Nigeria, la guida dei trattori e una fabbrica in Libia, il Mediterraneo, i campi di pomodori del sud, le case occupate tra i topi lunghi così e un lavoro da muratore a Napoli per finire in mobilità in qualche ditta qui al Nord e saltuari lavori da bidello.
Dove fai il bidello, in che scuola? – gli chiedo. Non si ricorda il nome della scuola, ma, pronto, estrae da una tasca del giaccone (nessuno si toglie mai la giacca o il cappotto in classe), un foglio con l’intestazione di una scuola media. Non certo per leggerlo. Me lo consegna perché lo legga io.
Abbas, come tutti qui, non sa né leggere né scrivere.


Di studenti molto speciali
(e di come un’insegnante si rende conto di non sapere un tubo)

La prima volta in cui ho avuto a che fare con una classe di analfabeti è stato durante il tirocinio del Master Itals dell’Università Ca’ Foscari di Venezia presso un CTP.
Ero entrata in classe, piena di curiosità, come semplice osservatrice del lavoro di un’altra insegnante e dal primo momento la mia domanda, muta ma impellente, era stata: come diavolo si fa a insegnare a leggere e a scrivere a una classe multilingue di una quindicina di adulti stranieri che non conosce una parola di italiano?
La prima risposta che mi ero data dopo un paio di lezioni a cui avevo assistito, era stata: qui c’è da arrampicarsi sugli specchi.
Arrivavo dalla mia esperienza di insegnante di inglese agli italiani che pensavo di poter applicare, in qualche modo, all’insegnamento dell’italiano come L2, anche se la classe che avevo di fronte era composta da studenti molto particolari: stranieri adulti, analfabeti nella L1 e principianti assoluti in italiano L2. Nel giro di una lezione mi resi conto però che tutta la mia esperienza precedente come insegnante valeva ben poco e che dovevo mettermi in gioco in ben altro modo.
Qui la differenza tra l’adulto insegnante e l’adulto studente non era solo la mancata conoscenza di una certa materia. Non si trattava quindi solo di trasmettere questa conoscenza viaggiando sugli agevoli e ben oliati binari della condivisione degli stessi codici di comunicazione, della stessa cultura e anche della stessa lingua.
Qui era come se, fin dal primo contatto con la classe, ci fossero più muri da scavalcare e in parallelo più ponti da costruire, mentre tutto intorno volavano e aleggiavano nell’aria mille altre confuse variabili di cui non riuscivo ad avere l’esatta consapevolezza e importanza.
Il primo muro era la mancanza non solo di una lingua comune ma anche di una lingua veicolare, il secondo era la mancata conoscenza, da parte dello studente, di due fondamentali codici di comunicazione: lettura e scrittura, e anche di tutti quei piccoli strumenti o sussidi didattici che si è soliti utilizzare, perché l’analfabeta non solo non conosce neanche il semplice gesto di collegare, per esempio, un’immagine a una parola con una freccia, ma a volte non sa decodificare neanche un’immagine.
I muri successivi erano rappresentati dalle diverse norme comportamentali e culturali, dalle diverse convenzioni sociali, per non parlare di eventuali pregiudizi, paure, ansie e aspettative da parte degli studenti (e ovviamente pure da parte dell’insegnante). A tutto questo si aggiungevano, come detto, mille altre variabili, determinate dalla grandissima diversità, non solo culturale, ma anche di strutturazione del pensiero dello studente analfabeta.

Costruttori di strategie (l’analfabeta non è un bambino e non è un cretino)

Di fronte avevo persone di tutte le età che per anni avevano vissuto in ambienti in cui l’analfabetismo poteva sì essere stato un problema, ma non un problema così importante e così impellente come era diventato affrontando l’esperienza dell’emigrazione.
Da quel momento infatti, ognuno di loro, arrivando in Italia, o comunque in Europa, nell’impatto con un ambiente ipertecnologizzato e altamente scolarizzato rispetto al paese di origine, aveva dovuto, per forza di cose, affrontare la propria condizione, e aveva elaborato, con delle capacità che lasciavano sbalorditi, le più differenti strategie.
Ecco allora il signore bengalese che lavora per uno spedizioniere, guida il furgone per fare le consegne e ha imparato a “fotografare” nella sua memoria i nomi delle vie e dei paesi, ma non li sa leggere; ecco Aminata, che, pure lei, è riuscita a prendere la patente, usa il cellulare e il bancomat ma non sa fare un’addizione; ecco Awa, che non ha idea della propria data di nascita, né dell’anno in cui siamo, che non sa leggere le ore, ma che è riuscita a farsi assumere come operaia in una ditta e riesce a mandare tre figli a scuola; e cosa dire di Omar, anche lui bengalese, che ha vissuto e lavorato per anni in Giappone, poi in Corea, poi in altri paesi europei, prendendo aerei e navi, affittando case, cambiando lavori per mandare a casa i soldi, ma tutto, sempre, da analfabeta?

Mai dare niente per scontato

Durante il tirocinio e poi nell’esperienza dell’insegnamento agli analfabeti, mi sono resa conto di quali siano le vere sfide con queste persone: la prima sfida è che non puoi dare nulla per scontato perché devono imparare tutto, la seconda sfida è che noi non sappiamo con sicurezza “cosa” esattamente devono imparare e la terza è che loro non hanno i mezzi per comunicarci di cosa hanno bisogno e quindi noi insegnanti dobbiamo essere in grado di capirlo.
Non si può dare infatti per scontato che un analfabeta sappia da che parte si apre un libro o un quaderno, o che sappia cosa sia il sotto, il sopra, il su e il giù riferito alla pagina che ha davanti (“sotto” non significa sotto il tavolo, ma in basso sul foglio, tanto per dirne una, e non è solo un problema di lingua).
Non si può dare per scontato che sappia cosa sia una parola scritta e come questa sia associata a un suono e a un simbolo. Può darsi che abbia strane idee sulla scrittura, per esempio che elefante si scriva con una parola grande e formica con una parola piccola, può non avere mai preso in mano una penna e avere bisogno di capire come si fa.
Può anche avere bisogno di costruire completamente delle coordinate spazio-temporali per capire che c’è un prima e un dopo anche nell’apprendimento che non vale solo per il tempo della lezione. Un analfabeta non sa e non può prendere appunti, se non si ricorda qualcosa non sa che può tornare indietro sul quaderno e ripassarlo, bisogna insegnare loro ad avere un metodo di lavoro e ad essere autonomi nell’apprendimento e non passivi come spesso sono da una vita, essendo abituati da sempre ad appoggiarsi a chi sa leggere e scrivere.
Nell’insegnare agli analfabeti bisogna quindi avere un approccio mentale completamente diverso da quello che si ha insegnando a persone già scolarizzate. Le persone già scolarizzate, anche solo per due o tre anni, hanno un corredo di competenze e di conoscenze di enorme importanza. La differenza tra la persona analfabeta e quella scolarizzata è incalcolabile, e soprattutto non prevedibile. Devo dire che solo insegnando agli analfabeti mi sono resa conto di quanta importanza abbia la scuola nella vita delle persone.

Insegnanti per caso

Quando ero bambina, l’unica persona di colore che vedevo girare per la mia cittadina, era un ragazzo che frequentava la facoltà di Architettura a Ca’ Foscari a Venezia e che, per qualche motivo, era ospite di una famiglia a Treviso. Ovviamente quando passava per la strada aveva tutti gli occhi puntati addosso, più che altro per la curiosità. Non faceva nulla di particolare, anzi, lo ricordo sempre serio ed elegante, con un bell’impermeabile beige e scarpe marroni lucidissime, ma era l’unico nero in città e tanto bastava.
Oggi, nel Comune di Treviso, gli stranieri residenti sono il 13,3% della popolazione e appartengono a oltre cinquanta nazionalità e nel resto d’Italia le cose non vanno tanto diversamente. Da più di venti anni siamo terra di immigrazione, ma la legislazione italiana in materia di “Insegnamento dell’Italiano agli stranieri” sembra non essersene accorta.
Succede quindi che ci siano persone che molto hanno studiato per diventare insegnanti di italiano agli stranieri prendendo Lauree, Master, Certificazioni, Dottorati di Ricerca e frequentando Scuole di specializzazione, ma che per insegnare agli stranieri vengano reclutate altre figure professionali.

Non sapere che pesci pigliare: importanza della formazione degli insegnanti

Tornando all’insegnamento agli adulti stranieri analfabeti, molto spesso nei CPIA (ex CTP), vengono reclutati insegnanti provenienti dalla scuola primaria o dall’insegnamento della lingua italiana agli studenti italiani. Capita quindi che l’insegnante, che magari è bravissimo nella sua materia e nell’insegnamento agli studenti italiani, non avendo una formazione specifica e adeguata non sappia davvero che pesci pigliare e non riesca ad avere il corretto approccio. Non è davvero la stessa cosa insegnare ai bambini o ai ragazzi italiani e agli adulti stranieri, soprattutto se analfabeti.
Capita quindi che, dopo settimane o mesi di lezioni, l’insegnante si renda conto che sta ottenendo poco o nulla dai suoi studenti, e che si ritrovi a sentirsi confuso e contraddetto per non aver saputo comprendere, prevedere e per avere dato per scontato quello che scontato non è: gli studenti non apprendono, anzi abbandonano le lezioni e spariscono, nessuno capisce cosa sia successo e, alla fine dei conti, nonostante la buona volontà, l’insegnante è frustrato e non ha modo di capire in cosa abbia sbagliato perché lo studente non ha i mezzi per comunicarglielo.
Oppure, nel peggiore dei casi, l’insegnante finisce per credere che “questa gente non capisce niente”. E qui fallisce l’insegnante, ma falliscono anche la scuola e l’istituzione che ha creduto  nella formazione degli stranieri e vanno perduti soldi, energie e entusiasmi perché difficilmente un analfabeta adulto ripeterà l’esperienza fallimentare di avere cercato di imparare a leggere e scrivere.

L’ importanza del riconoscimento della nostra professione. Occorre dirlo?

In conclusione, la testimonianza di questa mia esperienza di insegnamento dell’italiano L2 nei corsi di alfabetizzazione spero che serva a dare il giusto rilievo alla necessità di una corretta formazione per le persone chiamate a insegnare l’italiano come lingua seconda agli stranieri perché sempre più entri nel sentire comune della nostra società ormai evidentemente multiculturale, che non basta saper parlare italiano per diventare insegnanti.
Quindi, alla fine di questo mio intervento, oltre a rimarcare l’estrema importanza che riveste la formazione dell’insegnante mi sembra conseguente e non più rinviabile, la necessità di un riconoscimento della figura professionale di noi Insegnanti di Italiano L2 ed LS.

Elena Stramezzi è insegnante di inglese agli italiani e di italiano agli stranieri.
E’ laureata in “Lingue e Letterature Straniere Moderne” presso l’Università di Padova e ha ottenuto il Master Itals presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in “Didattica della Lingua e Cultura Italiana a Stranieri” con una tesi sull’alfabetizzazione dal titolo “Prima di leggere e scrivere in italiano L2. Attività propedeutiche a un corso di alfabetizzazione in italiano L2, per studenti stranieri adulti, principianti assoluti, analfabeti nella L1”.

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8 pensieri su “ALFABETI DIVERSI. La testimonianza di Elena

  1. Pingback: ALFABETI DIVERSI. La testimonianza di Elena | malditestadellimmigrata

  2. Grazie a tutti per le belle parole. Grazie.:)
    Elena

  3. Una testimonianza molto “umana” di questa esperienza stimolante da tutti i punti di vista e non solo da quello professionale. L’attenzione rivolta alla persona mi sembra il nodo centrale e la chiave per risolvere tutte le difficoltà che riguardano l’impatto tra culture diverse aldilà dell’analfabetismo. Mettere in gioco tutto ciò che si è appreso in precedenza rimane sempre una grande sfida soprattutto con se stessi!

  4. Interessantissimo e particolareggiato ritratto di una realtà sconosciuta ai più. Tra le altre cose, questa testimonianza fa capire come, anche nell’apprendimento di una lingua. la “soggettività” (qui rappresentata da chi impara con le sue specificità culturali) sia un elemento di fondamentale importanza per capire meccanismi, reazioni, approcci.(Brava!)

  5. Bellissima ed emozionante questa testimonianza! Leggendola, ho rivisto me stessa in quella ragazza piena di curiosità che entra in una classe di adulti stranieri analfabeti e scopre quanti muri ci siano da scavalcare e ponti da costruire. Grazie Elena!

  6. bellissima la testimonianza di Elena che sottoscrivo parola per parola. Quando io ho iniziato a insegnare a studenti adulti, migranti e non scolarizzati venivo da un’esperienza di 13 anni di insegnamento LS a livelli universitari e anche ad adulti altamente scolarizzati, di maggioranza anglofoni. Sono entrata in quella classe del CDA con una certa baldanza e sicurezza in me e nelle mie capacità e solo dopo qualche giorno mi sono resa conto che avrei dovuto mettere tutto, o quasi, da parte e re-imparare ad insegnare. Mettersi in discussione e non dare niente di scontato (anche solo che sappiano leggere un orologio, una cartina o ‘leggere’ immagini) sono i capisaldi di questo lavoro.

  7. Il contributo di Elena Stramezzi è prezioso e andrebbe letto il più possibile da tutti, anche da chi non fa e non ha mai fatto il nostro mestiere.
    Io non ho mai avuto esperienze di insegnamento dell’italiano a stranieri analfabeti, ma solo a stranieri altamente scolarizzati, perlopiù studenti universitari, in un caso dottorandi e, in un altro caso, persino professori – in quest’ultima situazione, le (molte) difficoltà che ho incontrato sono state esattamente opposte a quelle incontrate da Elena. Leggendo il suo articolo, mi sono resa conto di quante realtà mi manchino ancora da sperimentare personalmente.
    La ringrazio, come ho già fatto in maniera più sintetica nella pagina Facebook del blog, per aver aver voluto mettere a nostra disposizione la sua esperienza, e la ringrazio anche per averla “narrata” e non “spiegata, analizzata, teorizzata, tecnicizzata”, in un modo che così risulta fruibile da parte di tutti, come dev’essere.

    Riconoscimento_Annalisa

  8. Elena, complimenti per il tuo racconto e il tuo lavoro. Racconto sentito, vero, testimonianza obiettiva di ciò che significa insegnare italiano a stranieri.

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