Dalla petizione alla classe di concorso il cammino è…

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Quest’articolo riassume vari mesi di lavoro e riflessioni da parte di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia, le promotrici della famosa petizione.

La lettura di quest’articolo ha già creato accesi scambi prima della sua pubblicazione sul blog a proposito delle richieste circa la classe di concorso. A maggior ragione è fondamentale commentare e ci aspettiamo un riscontro da voi lettori.

Ancora grazie ad Alessandra e a Chiara.

Si aprano le danze!

2.6.5.5.5., il numero che l’ISTAT ha assegnato alla nostra professione, istruttori in campo linguistico.

Ogni anno l’Unione Europea investe risorse in progetti culturali e didattici, con lo scopo di implementare lo sviluppo del plurilinguismo e la formazione dei docenti in ogni paese membro.

Dalla pubblicazione del QCER ad oggi, sono stati fatti molti passi in avanti nella definizione della qualità didattica e degli standard formativi richiesti, sia per la conoscenza della lingua straniera, sia per la qualità che i docenti di lingua L2/LS devono garantire, eppure nessun passo è stato fatto per il riconoscimento giuridico di questa professione a livello europeo, e di conseguenza a livello nazionale.

La differenza sostanziale tra l’Italia e altri paesi membri dell‘Unione Europea, è che in Italia il percorso formativo dei docenti di lingua seconda è demandato alle singole università, ognuna delle quali attesta le competenze didattiche attraverso la propria certificazione, con evidenti eccessi di possibilità e costi. In altri paesi europei, ad eccezione della Gran Bretagna, sono generalmente gli Enti di Cultura ufficiali che gestiscono la competenza didattica, che di conseguenza è unica per ogni lingua, il che crea meno confusione e più omogeneità nei criteri di selezione, pur non creando, necessariamente, maggiori opportunità lavorative.

L’Italia negli ultimi 10 anni è diventata un paese a forte immigrazione, c’è un numero considerevole sia di bambini stranieri non italofoni nelle scuole, sia di adulti che decidono di rimanere sul nostro territorio, eppure per la nostra categoria questo non ha rappresentato né un salto di qualità né una maggiore occupazione, anzi, sembra che le condizioni lavorative, contrattuali e remunerative, siano peggiorate notevolmente.

Parallelamente il mancato riconoscimento della professione, che al pari delle altre ha una dignità da tutelare, ha contribuito a creare, nell’immaginario generale, l’idea che bastasse essere madrelingua italiana, o aver studiato lettere, per accedere alle posizioni che, nel frattempo nel mondo reale si sono aperte, visto l’aumento della domanda di corsi di italiano. Pur non essendo contraria all’idea che chiunque possa decidere di cambiare lavoro per diventare insegnante di italiano LS/L2, studiando e mettendosi in gioco per far sì che questa diventi la sua professione, non condivido però l’idea, diffusasi negli ultimi anni, per la quale la nostra sia una professione di passaggio in attesa di un lavoro migliore.

Questa filosofia non ha portato alcun beneficio a nessuno, anzi, ha contribuito tra i nostri stessi colleghi ad alimentare l’idea che questo, per quanto bello possa essere, è in realtà un lavoro che pochi fortunati possono permettersi di svolgere a tempo pieno, e di conseguenza ha creato quello stato di disinteressamento generale che impedisce alla nostra categoria di portare avanti delle istanze in modo unitario ed efficace.

Siamo assolutamente convinte che disciplinare giuridicamente la nostra categoria e definire in modo chiaro e univoco il percorso formativo per svolgerla, porterà a medio-lungo termine benefici sociali e ricadute economiche positive in Italia, aiutando in modo soddisfacente l’integrazione della popolazione straniera che vive sul territorio italiano e implementando l’insegnamento dell’italiano all’estero con personale qualificato, visto che la lingua italiana è, ancora oggi e nonostante tutto, la 4° lingua straniera più studiata, soprattutto per amore verso la nostra cultura e la nostra storia.

Nell’ultimo anno è nato il CLIQ, sono state istituite tre nuove cattedre di lingua straniera, e nella provincia autonoma di Bolzano è presente già da diverso tempo la cattedra di italiano L2, che segue gli stessi criteri del reclutamento nazionale dei docenti per le altre materie. Ci è sembrato il momento giusto per avanzare la nostra richiesta, dopo precedenti tentativi non andati nella direzione sperata.

Sono queste le premesse da cui è nata la petizione. Essa è stata inviata ai Ministri dell’Istruzione, dell’Integrazione, degli Esteri (per quanto riguarda gli IIC, le scuole italiane all’estero e le nomine dei lettori presso le università straniere), ai Presidenti e Vice-Presidenti di Camera e Senato, ai membri delle Commissioni Istruzione e Affari esteri di Camera e Senato, a tutti i sindacati e ai giornali.

Abbiamo ricevuto risposta dai membri delle Commissioni Cultura del M5S, che dopo averci ascoltato, letto tutta la documentazione che abbiamo inviato loro e discusso con noi le possibili strade da intraprendere, vista la situazione che si era creata in parlamento intorno al D.L. 104 sulla scuola, hanno depositato un’interrogazione parlamentare in Senato al Ministro Carrozza, sulla nostra situazione.

Il D.L. 104 era agli ultimi dibattimenti alla Camera, dove alcuni emendamenti proposti dal M5S erano stati approvati, tra cui art. 16 comma c, che prevede uno stanziamento di circa 10 milioni di euro per la formazione e istituzione di corsi di lingua italiana L2 nella scuola pubblica, rivolti anche ad adulti. Sembrava chiaro che al Senato non ci sarebbe stata la possibilità di emendare il testo, vista la necessità di approvarlo definitivamente nel più breve tempo possibile, prima della legge di stabilità che avrebbe dovuto trovare i soldi da stanziare.

La situazione ora è questa: l’interrogazione è stata depositata e non ci sono limiti temporali vincolanti per una risposta del Ministro, i Parlamentari del M5S ci hanno garantito che cercheranno in tutti i modi di accelerare la risposta.

Purtroppo, a parte qualche giornale di settore, alcuni giornali locali, e riviste che si occupano di immigrazione, a livello nazionale, la petizione, pur avendo raccolto quasi 5000 firme (superiori a molte delle petizioni finite sui giornali nazionali in questi mesi), non ha avuto visibili riscontri. Per far in modo che l’interrogazione non rimanga in un cassetto, c’è bisogno che il livello di visibilità della nostra categoria si alzi, quindi l’unica cosa che possiamo fare noi dall’esterno è “creare” l’urgenza della risposta, ciò significa diffondere la petizione il più possibile e fare in modo che l’opinione pubblica venga a conoscenza della nostra esistenza e quindi del nostro problema, spingendo anche la stampa nazionale ad interessarsene.

Ciò che noi abbiamo chiesto nella petizione è un Riconoscimento della professione di insegnante di italiano L2/LS da parte del MIUR, un riconoscimento statale delle certificazioni e di conseguenza una certificazione univoca che comprenda TUTTI i titoli e le qualifiche del settore (certificazioni DITALS, CEDILS, DILS-PG e altre apparse negli ultimi anni, lauree specialistiche e master in Italiano L2) e l’istituzione di una classe di concorso (intesa come abilitazione all’insegnamento) specifica per l’insegnamento dell’Italiano come Lingua Seconda/Lingua Straniera a cui accedere tramite percorso abilitante così come richiesto per le altre materie dal D.M. 249/2010, e che gli anni di esperienza lavorativa nel campo e TUTTE le certificazioni prese vengano riconosciuti ai sensi della legge 249/2010 art. 10 comma 3 b, prevedendo allo stesso tempo un percorso di riconoscimento e acquisizione dell’abilitazione agevolati per chi si è già formato e già sta svolgendo l’attività presso scuole, enti, CPIA e istituti italiani.

Se approvate, queste richieste porterebbero l’Italia ad essere il primo paese in Europa ad aver dato una risposta giuridica adeguata, in linea con le finalità principali per cui l’Europa stessa è nata: l’integrazione dei cittadini degli Stati membri e di chi vive sul territorio europeo, e il plurilinguismo. Dopo il veloce sviluppo nell’ambito dello studio metodologico e didattico delle lingue, questo ci sembra un passo consequenziale e necessario, anche in altri Stati membri sta nascendo la stessa esigenza.

Qualche considerazione in merito alle richieste fatte.

Intanto, c’è da registrare una sproporzionata differenza tra i titoli richiesti per una docenza di italiano L2/LS e i titoli richiesti per l’accesso ad una cattedra nella scuola pubblica; nel primo caso, la docenza è quasi sempre a tempo determinato e con contratti di collaborazione, tariffe orarie variabilissime, per cui una Laurea Magistrale nel campo della didattica non è più sufficiente per accedere a molti dei bandi usciti in questi anni, ma può anche accadere che la selezione venga effettuata da cooperative o associazioni che a volte non richiedono nemmeno i titoli base per accedere alla selezione. Al contrario, ad un docente che si appresta ad entrare nella scuola pubblica per l’insegnamento delle materie curricolari, il diploma di Laurea Magistrale nel campo è l’unico requisito richiesto, mentre altri titoli inerenti alla materia per cui sostiene il concorso/selezione vengono considerati solamente come punteggio maggiore nelle graduatorie, in base al tipo di titolo acquisito.

Ultimamente, inoltre, si sta diffondendo anche un’altra pratica (oltre alla richiesta di un versamento in denaro per partecipare a molti bandi di università), e cioè che molte università richiedono ai candidati espressamente titoli acquisiti presso la stessa istituzione che emette il bando; in Italia, il diploma di laurea ha ancora valore legale, nonostante proposte di legge in senso opposto depositate alla Camera ma non ancora discusse, quindi ogni titolo emesso da un’università riconosciuta dallo Stato italiano ha ancora lo stesso valore su tutto il territorio nazionale e presso tutte le istituzioni pubbliche, e privilegiare un titolo anziché un altro potrebbe essere base per un ricorso.

Si è dibattuto molto sui criteri di selezione per le posizioni aperte, e molti di noi ritengono che una selezione mutuata dal sistema anglosassone (chiamata diretta), porterebbe grandi risultati in Italia, aprendo finalmente il campo ad una selezione più equa e meritoria, qualunque possa essere il significato dato a quest’ultima parola. Noi non siamo d’accordo, partiamo dal presupposto che ogni società si organizza in base alle proprie caratteristiche, alla propria storia e alla propria cultura, importare sistemi da altri paesi, non significa che questi funzionino anche nel nostro, perché i presupposti culturali e gli approcci metodologici sono diversi. Ciò non significa che riteniamo il sistema di reclutamento italiano il migliore, tutt’altro, viste le notizie che continuamente ci arrivano dalla cronaca nazionale di indagini da parte della magistratura sui concorsi truccati, ma riteniamo anche che un paese come il nostro non sia ancora pronto per la valutazione obiettiva, onesta e trasparente che la chiamata diretta necessiterebbe. Cambiare la mentalità di 60 milioni di persone, non è lavoro facile e breve, è necessario che esistano dei criteri di valutazione il più oggettivi possibili, pur sapendo, d’altra parte, che una valutazione obiettiva sia molto difficile per una professione come quella dell’insegnante, visto che non esistono dei criteri tangibili e misurabili, non può essere associato il termine produttività alla nostra professione, come non crediamo esista una definizione universale di merito. Restiamo altresì convinte che in linea di massima, l’esperienza e un percorso didattico nella formazione siano più importanti del solo studio teorico, previsto dalla normativa vigente per l’accesso alla scuola pubblica, e che bisognerebbe inserirli tra i criteri di valutazione nel reclutamento dei futuri insegnanti di TUTTE le materie, non solo dell’italiano L2/LS. Già oggi l’ordinamento scolastico considera i titoli e le pubblicazioni con punteggi diversi, ma non contempla l’esperienza sul campo. Purtroppo questo farebbe parte di una riforma della scuola più ampia che, al momento, sembra improbabile possa dipendere da noi e dalle nostre azioni.

Non si può stravolgere un sistema con una sola legge, quindi ci siamo adeguate alle leggi esistenti in materia scolastica, chiedendo un’equiparazione giuridica ai nostri colleghi già riconosciuti dalla legge italiana, secondo gli artt. 4, 33, 35 della Costituzione italiana, anteponendo però la necessità di garantire a chi già ha una formazione adeguata nel campo, un inserimento/abilitazione agevolati (come sta accedendo ad esempio per i precari della scuola, con l’istituzione dei PAS, che non significa volere lo stesso tipo di percorso, significa solo che se c’è una volontà politica è possibile delineare percorsi alternativi per agevolare chi ha già formazione ed esperienza), ammettendo e valutando i titoli/pubblicazioni già acquisiti sulla base dei criteri esistenti per le altre materie.

In conclusione, il primo breve passo è stato fatto, ora si deve sviluppare una coscienza di categoria, che ci porti ad avere visibilità sociale, anche tra chi non opera nel nostro campo, e soprattutto, che ci porti a mettere da parte gli scetticismi e i personalismi e ad affrontare il percorso in modo partecipativo, i più uniti e numerosi possibili. Gli ostacoli verso il nostro riconoscimento sono molti e soprattutto influenti, e non sembra che le nostre richieste interessino chi fino ad ora si è occupato di didattica dell’italiano in modo accademico, la strada è ancora lunga, siamo ben consapevoli, ma secondo noi, questo è il momento per insistere e andare avanti.

Alessandra Giannini e Chiara Sbragia

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12 pensieri su “Dalla petizione alla classe di concorso il cammino è…

  1. Pingback: Il Manifesto + Resoconto dell’incontro a Roma, 27/12/13 | Riconoscimento della professionalità degli insegnanti di italiano L2/LS

  2. Pingback: Una riflessione sull’articolo di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia | Riconoscimento della professionalità degli insegnanti di italiano L2/LS

  3. Buongiorno e grazie anche da parte mia alle autrici della petizione e dell’articolo.
    Trovo interessante, fra le tante cose messe in campo, la posizione assunta da chi forma gli insegnanti di italiano L2/LS. Leggo infatti: “non sembra che le nostre richieste interessino chi fino ad ora si è occupato di didattica dell’italiano in modo accademico”. Forse in eccessiva buona fede, infatti, speravo che qualche nome “importante” si sarebbe speso per favorire questo percorso di riconoscimento. Andando anche contro gli interessi dell’ente certificatore che rappresenta. QUal è, dunque, la situazione su questo versante? Grazie id nuovo e buon lavoro.
    Valentina

  4. Ringrazio innanzitutto Alessandra e Chiara per l’impegno che hanno messo e che stanno mettendo in questa battaglia!
    Vorrei però che si discutesse di alcuni dubbi che mi sono sorti sul fatto che la classe di concorso possa essere effettivamente una soluzione valida per tutti. Molti di noi, infatti, sono arrivati a insegnare italiano L2/LS attraverso percorsi formativi diversi: ci sono persone che sono laureate in ambiti anche lontani dalla didattica dell’italiano a stranieri, ma hanno la DITALS o un’altra certificazione equivalente. O chi, come me, ha una triennale in lingue e una specialistica in Didattica dell’italiano L2/LS (due classi di laurea diverse, che non consentono di accumulare i cfu necessari per accedere al TFA). Queste persone non potrebbero mai abilitarsi (se il meccanismo di accesso all’abilitazione fosse uguale a quello attualmente vigente per le altre classi di concorso), o comunque dovrebbero integrare i cfu mancanti con la conseguente perdita di tempo e denaro (molto denaro).
    Mi piacerebbe quindi che si prevedesse anche un percorso adatto a queste persone (credo numerose) o comunque che il percorso agevolato di cui parlate nell’articolo includesse anche loro (noi), in modo che chi ha scelto determinati percorsi formativi in assenza di una classe di concorso in italiano L2/LS, non si ritrovi la vita sconvolta da questa novità (che è comunque auspicabile per avere un riconoscimento ufficiale della professione).
    Inoltre, dovremmo essere certi della validità di questa abilitazione anche all’estero e in ambito universitario, perciò proporrei anche di prevedere l’obbligo per le Università italiane e gli IIC di riconoscere questa eventuale abilitazione come requisito di accesso per lavorare in tali istituzioni.
    Che ne pensate?

  5. Complimenti per l’articolo. Chiaro ed esplicativo!

  6. Bell’articolo, lo trovo molto chiaro e riassuntivo della situazione. Sono da poco entrata in questo campo (sperando di rimanerci). Complimenti anche per il tono, pacato ma incisivo, lo trovo un valore aggiunto.

  7. Molti complimenti alle autrici dell’articolo: è molto ben scritto ed evidenzia i nodi che sono di importanza cruciale per noi insegnanti di italiano L2/LS. La formazione nella didattica dell’italiano L2 deve essere riconosciuta in maniera univoca dal Miur: è necessaria una regolamentazione perché il vuoto normativo genera e continuerà a generare situazioni di profonda disparità che tutti noi che lavoriamo conosciamo bene. Grazie e continuiamo a farci sentire!!!

  8. .Innanzitutto complimenti per il vostro lavoro! D’accordo quasi su tutto. Una sola puntualizzazione: nelle graduatorie di accesso alla scuola pubblica il cosiddetto “servizio”, cioè l’esperienza, vale eccome. Vale sia il servizio specifico (cioè quello relativo a quella specifica classe di concorso) che il servizio non specifico (quello relativo ad un’altra classe di concorso). Io personalmente ho visto riconosciuti i miei anni di insegnamento all’estero sulle classi di concorso “spagnolo” e “inglese”; se fosse esistita la classe di concorso “L2” avrei quindi potuto far valere i miei punti su quella. Per me l’esperienza conta almeno quanto i titoli e non mi piacerebbe sapere che non è stata valutata come dovrebbe, quindi perché non chiedere che venga considerata?

    • Grazie Federica per la precisazione, è molto importare fare le dovute distinzioni, che io effettivamente non ho fatto, per esperienza riconosciuta intendevo anche le esperienze che molti di noi hanno maturato insegnando presso scuole private e/o enti (es Istituti Italiani) che, dipendendo dal MAE, non vengono riconosciuti come esperienza pregressa/anni di servizio.

      • Ciao Alessandra! Grazie per la risposta. Il discorso in effetti è lungo e i casi sono tanti e diversi ma ti dico che nel mio caso, ad esempio, l’esperienza presso il CPI in Scozia (ente che collabora con l’ufficio scolastico del consolato) è stata riconosciuta. E, parlando di altre classi di concorso, spesso viene riconosciuta l’esperienza maturata nei CTP e nei centri di formazione professionale, per cui credo che ci siano le premesse affinché vengano riconosciute alcuni tipologie di servizio anche per L2. A me sembra che valga la pena tentare!

  9. Grazie per la chiarezza con cui esponete quanto fatto, di cui, pur partecipando, non avevo consapevolezza.

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