Una riflessione sull’articolo di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia

“Dalla petizione alla classe di concorso il cammino è…”: difficile ma possibile

Questo contributo è nato in seguito alla lettura dell’articolo di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia, pubblicato ieri, 10 dicembre 2013, in questo blog. Desidero ringraziarle per l’enorme lavoro che stanno facendo da tempo. Noi di Riconoscimento – credo di poter condividere il mio ringraziamento con Ambra Liù Arcani, ideatrice del blog, e con gli altri che partecipano attivamente – stiamo supportando nei modi che ci sono possibili l’iniziativa che ha visto nascere la petizione per il riconoscimento ufficiale della figura professionale dell’insegnante di italiano L2/LS.
La mia intenzione era quella di intervenire con un commento al loro articolo, ma il commento si è trasformato in una bozza di riflessione più ampia (un problema di incontinenza verbale, il mio, che però mi auguro possa produrre anche risultati positivi).

Vorrei considerare due aspetti che, sebbene tenuti senz’altro in considerazione da molti di noi, non sono forse ancora indagati in maniera condivisa. Rischierò di dire ingenuità e commettere imprudenze, ma correrò il rischio per una mia personale urgenza di confronto e correggerò le eventuali inesattezze che mi si vorranno far notare. Ci tengo anzi a precisare che, diversamente dall’articolo di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia, il mio non è ben argomentato sul piano legislativo e, almeno per il momento, si ferma allo stadio di osservazioni basate sulla mia esperienza di insegnante di italiano L2.

Il primo aspetto riguarda la “coscienza di categoria”, a cui Giannini e Sbragia accennano nelle loro conclusioni, necessaria per ottenere una maggiore visibilità sociale. È un’idea che condivido pienamente e ritengo anzi che gli “scetticismi” e i “personalismi”, a cui loro fanno rapido riferimento, siano stati finora il nostro principale impedimento interno.
Ricordo ancora le parole di una collega, durante i corsi Marco Polo (corsi di lingua e cultura italiana per studenti cinesi) che tenevamo all’Università di Roma Tor Vergata. Avevamo un contratto di collaborazione, o forse si trattava di una prestazione occasionale, non mi ricordo più, ma non ho grossi problemi a citare i nomi delle università responsabili, insieme ad altri, di aver fatto proliferare offerte formative nell’ambito della didattica dell’italiano L2 e poi di averci arruolato come “collaboratori” ed “esperti” reclutandoci per mezzo di selezioni concorsuali basate su criteri che in comune tra loro avevano e hanno il solo carattere del mistero (di recente, come Giannini e Sbragia rilevano, si è diffusa anche la pratica di richiedere un versamento in denaro per poter partecipare ai bandi delle università).
Era il 2009, ero alle prime esperienze di docenza,  e mi lamentavo già della nostra condizione (che presuntuosa), cercavo un’unione con i colleghi (che ingenua). La mia collega mi rispose che non c’erano unioni cui poter aspirare, perché la nostra era “una guerra tra poveri”. Ci rimasi malissimo, ma negli anni seguenti, confrontandomi con altri colleghi, mi trovai ad ammettere che aveva ragione lei. Poi, forse un anno fa, ho avuto un’accesa discussione con Ambra Liù Arcani, con la quale adesso invece collaboro per mantenere attivo questo blog. In quel caso si discuteva a proposito di una nostra “innata predisposizione al precariato”.  Questa sua espressione mi fece arrabbiare. Ci pensai: mi faceva arrabbiare perché non era lontana dal vero come io invece avrei voluto. Diversamente, le nostre iniziative mirate al riconoscimento statale dell’insegnante di italiano L2/LS sarebbero nate molto prima o, in ogni caso, conterebbero numeri di partecipazione più ampi di quelli attuali. Ci sono ancora tanti e tanti colleghi che conosco e che non stanno partecipando attivamente.
C’è dunque un problema serio, che Giannini e Sbragia chiamano “coscienza di categoria”, al quale io in questo intervento ho voluto dedicare maggiore spazio. Quello che finora ci è mancato è il senso di condivisione di un iter di esperienze di maltrattamento della nostra professione, durante il quale ognuno di noi si è affaccendato a procurarsi la sua minestra quotidiana e gettare un’occhiata alle minestre dei colleghi, per vedere se erano più o meno sostanziose della propria nella quantità e nella qualità. Questa incapacità di rappresentare una voce corale è stata, e temo sia ancora, una debolezza di cui hanno potuto approfittare tutti gli enti formativi, non solo quelli presso cui ci siamo provvisti delle cosiddette “competenze” (parola ormai talmente abusata da rendersi neutra e priva di senso), ma anche e soprattutto quelli presso cui le abbiamo messe al servizio, adattandoci a firmare ogni sorta di contratto di lavoro (quando c’era), con l’idea che “di questi tempi si deve accettare tutto”. Chiediamo un riconoscimento, e questo è giusto, importante e necessario, ma facciamo ancora fatica a riconoscerci tra di noi. Questa è la mia impressione.

Il secondo aspetto su cui vorrei riflettere riguarda la nostra professione così come viene percepita nel sentire comune, tra chi non opera nel nostro campo: dunque, un problema di comunicazione tra noi che facciamo questo lavoro (e facciamo fatica a riconoscerci) e gli altri che non lo fanno (e fanno fatica a riconoscerci).
Giannini e Sbragia fanno opportuno riferimento ai criteri di reclutamento del sistema anglosassone e ritengono che questi non siano per noi mutuabili,  per ragioni di carattere culturale: ogni società si organizza in base alle proprie caratteristiche, alla propria storia e alla propria cultura, importare sistemi da altri paesi, non significa che questi funzionino anche nel nostro, perché i presupposti culturali e gli approcci metodologici sono diversi. […] cambiare la mentalità di 60 milioni di persone, non è lavoro facile e breve“. Mi trovo pienamente d’accordo.
Ma bisognerebbe, forse, riflettere più approfonditamente sulle ragioni per cui svolgere questo mestiere in Italia presenta le difficoltà che presenta. Io credo che dovremmo interrogarci anche sul senso della nostra professione e sui suoi destinatari. Insisto a far rilevare, come ho già tentato nel mio contributo per la sezione “Le nostre voci” di questo blog, che un riconoscimento sul piano sociale, oltre che istituzionale, è a mio avviso un forte punto di criticità.
Posso fare riferimento alla mia esperienza personale, per essere sicura di non sbagliare almeno su questo: sono nata, e cresciuta per i primi vent’anni, in un paese dell’Abruzzo ad alto tasso di immigrazione, dove è molto forte la presenza di comunità cinesi – con un po’ di pazienza, potrei procurarmi i dati e condividerli qui in seguito. In quello che mi ostino a chiamare “sentimento comune” degli autoctoni, queste presenze non sono gradite.
L’integrazione – noi lo sappiamo e lo promuoviamo entrando in classe – passa attraverso il diritto alla lingua. Con l’articolo 1, c.22 lettera i) della Legge 15 luglio 2009 n. 94 è stato stabilito che “il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo sia subordinato al superamento, da parte del richiedente, di un test di conoscenza della lingua italiana“. Il test è stato disciplinato nelle sue modalità di svolgimento con il decreto del 4 giugno 2010. Questo è apparso come un segnale di concreto interesse da parte delle istituzioni verso il tema dell’immigrazione nella sua declinazione linguistica (si può discutere, poi, sulle modalità di reclutamento delle figure preposte a valutare la competenza in italiano degli immigrati, ma non è quello che mi preme fare adesso in questa sede).
Tuttavia, la nostra professione è vista con sospetto in molte aree dell’Italia, perché (ancora!) con sospetto è visto il suo destinatario. Mi trovavo qualche giorno fa a un pranzo con persone di differenti età e profili sociali, di origini abruzzesi e marchigiane. Parlavano delle comunità cinesi che “infestano il nostro paese” (sic!). Non saprei dire se i miei commensali si riferissero al nostro paese o al nostro Paese, o a entrambi, ma ho ragione di credere che il loro interesse principale fosse soprattutto per il possessivo “nostro”. Io, mentre ascoltavo, pensavo a quegli indimenticabili studenti cinesi che avevo avuto all’Università di Roma Tor Vergata in quell’occasione di insegnamento di cui ho detto in precedenza – non utilizzo a caso la parola “occasione”: “prestazione occasionale”, “collaborazione a progetto” sono parole che non rimandano immediatamente a un’idea di professione, ma a un’idea di impiego secondario, provvisorio, improvvisato, un “lavoretto”, con il quale non si campa e per il quale, tuttavia, siamo chiamati a presentare una serie di requisiti, elevati nel caso di concorsi universitari, scriteriati nel caso di assunzioni presso enti privati, ma comunque mai omogenei in nessun caso. Ascoltavo quella conversazione sulle comunità cinesi, e pensavo che il problema, il nostro problema – qui sì che il possessivo è importante – ha a che fare anche con questo sentimento comune. Facciamo un lavoro che, prima di coniugazioni del verbo e declinazioni dell’aggettivo, è accoglienza, ascolto e orientamento. Facciamo un lavoro che pone in discussione un argomento su cui il nostro p/Paese non si è ancora risolto seriamente, né dal basso né dall’alto. A mio giudizio, un giudizio ben poco innovativo, è dal basso che la maggior parte delle volte si produce il cambiamento; le istituzioni hanno il compito di registrarlo, riconoscerlo ed eventualmente codificarlo. Ma, spesso, noi tutti siamo ancora alle prese con dibattiti (ormai piuttosto vecchi) inerenti l’evoluzione del nostro panorama sociolinguistico, e ci accapigliamo su cosa accettare e cosa no di una lingua viva che cambia, su cosa è “corretto” e cosa non lo è.
Per queste ragioni, o anche per queste ragioni, non ci è possibile mutuare facilmente approcci anglosassoni al tema dello “straniero” – ecco la parola più in uso anche tra i colleghi che insegnano le materie curricolari nella scuola pubblica, e che invece gli insegnanti di italiano L2/LS utilizzano veramente poco: preferiscono “studente”, o “apprendente” se stanno scrivendo un articolo scientifico, indicandone di volta in volta la nazionalità o la lingua madre.
Rispetto al problema del reclutamento e del suo confronto con quello anglosassone, inoltre, resistono da noi le ragioni storicamente radicate di una tendenza a un sistema di rapporti clientelari, fatto di amicizie (nell’antico senso latino di relazioni politiche), di contatti, di agganci, che costituiscono parte del nostro DNA. Se non lo si può modificare, lo si deve almeno considerare come parte ineliminabile della faccenda, di cui si deve tenere conto quando si ragiona su questi temi.

Adeguarsi alle leggi già esistenti in materia scolastica, e chiedere il riconoscimento della nostra professione, nonché il riconoscimento di carriera per coloro che la svolgono già da molto tempo, mi sembra un punto di partenza sostenibile, ed eventualmente migliorabile attraverso la discussione.
Un aspetto da discutere insieme, per esempio, è quello che già comincia giustamente ad emergere nei commenti all’articolo di Giannini e Sbragia: che cosa significa esattamente “garantire a chi ha già una formazione adeguata nel campo un inserimento/abilitazione agevolati”. Agevolati come?
Non sono sicura che io e i colleghi intervenuti a commentare abbiamo inteso allo stesso modo. La richiesta avanzata è quella di un “riconoscimento statale delle certificazioni e di conseguenza una certificazione univoca che comprenda TUTTI i titoli e le qualifiche del settore (certificazioni DITALS, CEDILS, DILS-PG e altre apparse negli ultimi anni, lauree specialistiche e master in Italiano L2) e l’istituzione di una classe di concorso (intesa come abilitazione all’insegnamento) specifica per l’insegnamento dell’Italiano come Lingua Seconda/Lingua Straniera a cui accedere tramite percorso abilitante così come richiesto per le altre materie dal D.M. 249/2010, e che gli anni di esperienza lavorativa nel campo e TUTTE le certificazioni prese vengano riconosciuti ai sensi della legge 249/2010 art. 10 comma 3 b, prevedendo allo stesso tempo un percorso di riconoscimento e acquisizione dell’abilitazione agevolati per chi si è già formato e già sta svolgendo l’attività presso scuole, enti, CPIA e istituti italiani”. Mi permetto di integrare le qualifiche del settore elencate tra parentesi da Giannini e Sbragia con le scuole di specializzazione in didattica dell’italiano L2/LS, che hanno una durata biennale, richiedono una frequenza obbligatoria in presenza e lo svolgimento di attività di tirocinio, prevedono la discussione di una tesi finale e comportano l’investimento di molto tempo, energie e naturalmente denaro (inutile dire che provengo da una scuola di specializzazione di questo tipo, dove ho ricevuto uno sconto di pena per buona condotta, cioè sono stata ammessa direttamente al secondo anno di corso senza sostenere l’esame di ammissione, grazie al precedente conseguimento della certificazione DITALS di II livello. Stiamo parlando, in questo caso, dell’Università per Stranieri di Siena). Mi sembra, inoltre, di aver compreso che il riconoscimento e la valutazione dell’esperienza sul campo siano stati tenuti in considerazione nella loro richiesta (in maniera colloquiale aggiungerei: e ci mancherebbe altro! Ci sono colleghi che operano sul campo da oltre vent’anni). Bisogna forse confrontarsi meglio e chiarirsi sulle modalità con cui titoli ed esperienza dovrebbero essere giuridicamente disciplinati. Che cosa mi sfugge? Temiamo forse che questo riconoscimento statale possa giovare ad alcuni e danneggiare altri di noi? Potrebbe succedere, sì. Che cosa possiamo fare per aumentare gli eventuali benefici e contenere gli eventuali danni? Che cosa possiamo fare per non allontanarci da quella “coscienza di categoria” alla quale ci stiamo lentamente avvicinando e non ricominciare a disperderci e sprecare energie nel risentimento verso chi potrebbe ricevere più minestra? Chiedo aiuto ai colleghi tutti.

Concludo il mio intervento così come l’ho iniziato: ringraziando Alessandra Giannini e Chiara Sbragia per aver saputo dare voce a un’urgenza. Quello che mi auguro adesso è che questa urgenza venga avvertita da molti, addetti ai lavori e non, come un serio problema comune, che ci riguarda tutti. Invito dunque i colleghi che non lo hanno ancora fatto a riconoscersi.

Riconoscimento_Annalisa Di Salvatore

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6 pensieri su “Una riflessione sull’articolo di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia

  1. Grazie Annalisa per questa riflessione, e grazie a Susanna e Giusy per gli interventi. Per quanto riguarda i titoli, esiste già una classifica di valutazione, a cui noi abbiamo fatto riferimento nel momento in cui abbiamo formalizzato le nostre richieste, proprio partendo dal presupposto che sarebbe stato più opportuno/sostenibile richiedere un’equiparazione al sistema esistente che non uno stravolgimento dello stesso. Tenendo presente il metodo di reclutamento “statale” degli insegnanti fino ad oggi, con tutte le sue evoluzioni (se così si possono definire), abbiamo formalizzato un teorico percorso che potesse essere considerato dai legislatori attuabile. Premetto, per evitare incomprensioni che per noi il riconoscimento formale significa la possibilità di ottenere un’abilitazione per l’insegnamento dell’ita L2/LS, perché è l’unico riconoscimento pubblico (ad oggi) equiparato e accettato anche dagli altri Stati membri in Europa (d.l. 9 novembre 2007, n. 206, attuativo della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, nonché della direttiva 2006/100/CE sulla libera circolazione delle persone), e l’unico modo per ottenerlo è passare attraverso il metodo di reclutamento per la scuola pubblica, da qui la decisione di appellarci alla legge esistente. Fino al 2000 ciò avveniva attraverso concorso pubblico post-laurea V.O., ovvero la Laurea Magistrale, che già valutava in modo differente i titoli acquisiti, poi c’è stata la SISS e ora c’è il TFA. Nel 2012 il governo, per “sanare” l’anomalia dei precari di III fascia presenti nella scuola da anni senza abilitazione, ha indetto un concorso alle cui normative noi abbiamo fatto riferimento (allegato 4, valutazione dei titoli, link sotto). Con la riforma dell’università e l’adeguamento alla Carta di Bologna, la laurea specialistica diventa parte essenziale per poter ottenere una Laurea Magistrale ed accedere al percorso abilitante previsto dalla legge vigente, per questo motivo non l’abbiamo inserita tra i percorsi da riconoscere, semplicemente perché è già un prerequisito essenziale.

    Fatta questa lunga premessa, necessaria vista la confusione generale intorno ai percorsi e alle valutazioni (è già tutto regolato, in realtà), passo alle considerazioni personali:
    mi piace questa riforma? francamente no, trovo ingiusto dover chiedere a chi ha già studiato altri soldi e formazione, la mia riforma ideale sarebbe inserire già nel percorso universitario un tirocinio obbligatorio con esami di didattica e pedagogia per tutte le materie curricolari, se si decide di diventare insegnanti di tali materie (cosa che forse sta avvenendo, da quello che leggo dalle riflessioni di Annalisa con le specialistiche, almeno per l’italiano), tuttavia, in base al principio di opportunità ci siamo rese conto che questo sarebbe stato uno stravolgimento inaccettabile (al momento), visto che la riforma della scuola è stata appena fatta. Si può discutere del valore di 0,25 dato alle certificazioni esistenti e si può discutere se sia il caso di aprire la possibilità di accedere all’abilitazione anche a chi ha sostenuto un percorso universitario differente rispetto all’insegnamento dell’italiano, resta però il problema più grande, NON siamo assolutamente riconosciute, NON ci riconosciamo tra noi e a mio parere questo è il primo grande passo da fare. Io credo che le università già ora hanno dei dati per quantificarci, ma evidentemente non hanno molto interesse a tirarli fuori, e sul perché preferisco non interrogarmi, non è il momento e sarebbe energia sprecata, così come ritengo energia sprecata (ma non per questo inutile, sia chiaro) cercare di capire ora quanti tipi di contratti diversi esistono: sono tutti quelli che vengono applicati anche ad altre categorie di lavoratori, rischiamo solo di perderci senza portare a casa alcun risultato E’ per questo motivo che abbiamo escluso subito la possibilità di un riconoscimento tramite Albo o Registro, perché crediamo siano in fase di smantellamento, siamo l’unico paese in Europa ad averli ancora, e poi vediamo le condizioni di altre categorie che hanno l’obbligo di iscriversi ad un albo e pagare la tassa di iscrizione a proprie spese, senza avere le tutele necessarie, avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti etc etc.
    Giusy poneva giustamente il problema di dover pagare una formazione ulteriore per poter accedere ad un percorso abilitante, giusto, ma non è già quello che stiamo facendo? i bandi diventano sempre più selettivi, ci vengono richiesti sempre più titoli per accedere a posizioni inique sia remunerativamente che contrattualmente e tutto a nostre spese, quindi non sarebbe meglio definirlo questo percorso una volta per tutte? Non riusciremo ad accontentare tutti, sono ben consapevole, ma non esiste una soluzione perfetta, semmai perfettibile, non essendo un legislatore non ho sinceramente al momento idea di quale possa essere il percorso ideale e meno traumatico, lo si può cercare insieme dibattendo e discutendo, per questo spero che molti altri commentino e partecipino, soprattutto chi ha ormai una posizione “sicura” nel campo e magari ha a cuore questa battaglia da più tempo di noi, è il momento di mettere da parte risentimenti e diffidenze e lavorare insieme, senza cercare e additare un nemico comune, non ce ne sono, dovremmo cercare un PERCORSO comune per far riconoscere i nostri diritti, non mi stancherò mai di ripeterlo. grazie per la vostra partecipazione
    http://www.leggioggi.it/allegati/concorso-scuola-2012-il-testo-del-bando-ufficiale-pubblicato-miur/

  2. “Coscienza di categoria”, “guerra fra poveri”, “riconoscerci tra noi per farci riconoscere dagli altri”: Annalisa ha toccato, secondo me, tre punti chiave del percorso che abbiamo intrapreso con la petizione e la creazione di questo blog.
    Mi dispiace però che dopo due giorni solo Susanna abbia commentato. Forse l’ennesima dimostrazione che finchè c’è qualcuno che si sporca le mani per me, io posso stare nel mio angolo a guardare e vedere che succede, per poi apprezzare quello che è stato fatto (se mi sta bene, secondo la mia situazione personale) o disprezzarlo (se mi crea problemi) o criticarlo se tutto finisce in una bolla di sapone, magari anche pensando “Che illusi! Ci avevano creduto davvero…ho fatto bene io a non perderci del tempo!”.
    Finchè in molti ambiti ci saranno persone che agiscono (o meglio, NON agiscono) così, sarà difficile sperare in un cambiamento, che, per riallacciarmi all’articolo pubblicato oggi da Andrea (https://riconoscimentoitalianol2ls.wordpress.com/2013/12/13/siamo-ottimisti-per-volonta/), deve partire dal basso, perchè a chi sta “in alto” va bene che le cose restino come sono.
    Ma magari sono la solita malfidata e molti non hanno ancora commentato per mancanza di tempo…

  3. Grazie Annalisa, il mio “allora di cosa stiamo parlando” era sì polemico ma non certo verso te e verso il tuo articolo, sono del parere che certamente bisogna fare chiarezza noi in primis ma bisogna anche chiederla/pretenderla questa chiarezza alle università, alle scuole, insomma agli enti certificatori. Nel mio piccolo cerco di fare chiarezza e di informarmi il più possibile, e meno male che esiste un blog come questo e come il2blog, vostro fratello! Buon lavoro e speriamo di uscire al più presto fuori da questa nube di incertezza!

    • Sì, sì, l’ho capito che non c’era polemica, non preoccuparti.
      Cercavo di chiarire a te, ma anche a chi ci legge, che ci sono diverse difficoltà.
      Per l’idea che mi sono fatta, pretendere chiarezza da parte delle università è piuttosto ambizioso se le università non sono tenute ad adeguarsi a un codice di comportamento uniforme, perciò ogni università – che vive di iscrizioni – continuerà indisturbata a rilasciare titoli che poi vengono diversamente valutati a seconda della situazione e del contesto professionale. Da qui, la richiesta di riconoscimento statale della figura professionale dell’insegnante di italiano L2/LS, promossa attraverso la petizione di Alessandra Giannini e Chiara Sbragia, che mi auguro tu abbia già firmato.

      A presto,
      Riconoscimento_Annalisa

  4. Infatti non capisco quale titolo sia il migliore, vorrei prendere il Ditals 2 ma a quanto pare esistono anche percorsi di specializzazione universitari, master o scuole apposite per la didattica dell’Italiano L2. Allora mi chiedo Ditals e Cedils che valore hanno al confronto? Secondo me andrebbe stilata una classifica dei titoli suddetti o quantomeno una tabella delle equivalenze visto che molti corsi di glottodidattica non hanno niente da invidiare agli esami universitari di L-LIN/02, tant’è che poi sono riconosciuti per la certificazione Ditals 2. E la certificazion Ditals 2 è stata istituita dall’Università di Siena, allora di cosa stiamo parlando? Insomma non ci vedo chiaro e non so quale sia la strada migliore da intraprendere, mi pare che tutta questa proliferazione di titoli sia anche un business ma spero di sbagliarmi. Grazie

    • Cara Susanna,
      i dubbi che hai riguardo ai titoli che vorrai conseguire sono gli stessi di molte persone che, spesso laureande o neolaureate, cominciano a intraprendere un percorso di formazione in questo ambito, con l’intenzione di svolgere questa (bellissima e sciagurata) professione. Sono dubbi ragionevoli e legittimi, che dipendono largamente dalla confusione generata negli anni dalla notevole quantità di proposte formative spuntate come funghi da un ateneo all’altro. Che sia un business come tu dici, io lo credo senza sperare di sbagliarmi.
      La “classifica dei titoli” di cui parli ce la stiamo procurando con molto lavoro e pazienza di pochi.
      Allora di cosa stiamo parlando: se hai letto tutti gli interventi in questo blog e gli scopi della sua creazione, avrai compreso che stiamo parlando della necessità di fare la chiarezza di cui tu come tutti noi abbiamo bisogno, allo scopo di migliorare la vita lavorativa di chi svolge competentemente questa professione già da molto tempo senza alcuna forma di riconoscimento, e di rendere più trasparenti le opportunità formative di chi sta cominciando a svolgerla o ha intenzione di svolgerla in futuro.
      Spero di aver risposto alla tua domanda e ti invito a seguire il blog.
      Grazie per il tuo intervento.

      Riconoscimento_Annalisa

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