Siamo ottimisti per volontà!

È con grande piacere che pubblichiamo l’articolo di Andrea Cagli, ispirato ad una figura da cui sicuramente trarremo insegnamenti e ispirazione.

Grazie, Andrea.

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
A. Gramsci, Testata de L’Ordine nuovo

Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere

È un piacere poter intervenire su questo blog. Credo che già a questo punto le mie posizioni siano già abbastanza chiare, e spero che questo intervento possa stimolare un bel dibattito, far emergere tante opinioni contrarie e sollevare un bel polverone, anche e soprattutto fra di noi. In fondo siamo tutti ben istruiti, ora ci servono “solo” l’organizzazione e l’agitazione.

Dobbiamo ammettere, e lo devono fare anche coloro che non si riconoscono nelle posizioni politiche gramsciane,che la nostra lotta ha bisogno di una chiave di lettura delle cose che ci succedono intorno, in Italia e in Europa. E questa chiave di lettura dobbiamo sceglierla tutti insieme, perché da soli non si va da nessuna parte.

Credo che il pensiero di Gramsci sulla Questione della lingua sia sempre stato una buona cartina al tornasole per capire l’andazzo delle cose quando si mettono insieme lingua e politica.

Lui naturalmente si riferiva alla storica Questione della lingua, all’interno della quale, memore della sua natura di sardo di madrelingua sarda, si schierava con gli Ascoliani.

Provo a sintetizzare, per amor di dibattito, e perdonate le inesattezze. Gramsci ci ha detto chiaramente che le discussioni di lingua e politica sono una manifestazione superficiale di un movimento più ampio e profondo. E cioè la riorganizzazione dei rapporti di potere. La lingua, la politica, l’egemonia culturale e il potere sono elementi strettamente legati fra loro. Quando le classi dirigenti si riorganizzano è alla lingua che guardano, prima di tutto. Quello è il primo campo di battaglia. Una vittoria in quel campo vale un bel pezzo di guerra (di classe, ovviamente).

Questa intuizione di Gramsci si è dimostrata valida in numerosi altri casi: tanto per ricordarne qualcuno, basti pensare alle richieste relative alla lingua e all’istruzione nelle politiche relative all’immigrazione degli Stati Uniti o dell’ Australia. O ancora a alla tentata distruzione dei dialetti da parte del neonato stato italiano. Tutti casi in cui dietro la questione della lingua c’era sopratutto una questione politica, di potere.

In Italia questo pensiero gramsciano è stato poco praticato, soprattutto nelle prassi politiche dei vari partiti, movimenti e organizzazioni che cercavano di cambiare le cose percorrendo una certa strada. Quella che Gramsci aveva tracciato anni prima. Curiosamente, è stato un prete, per quanto atipico, a unire teoria e pratica: Don Lorenzo Milani. Anche le sue prassi educative e politiche ci confermano che quando la lingua e la politica si incontrano, le cose si fanno sempre interessanti e turbolente.

Ora, perché sono partito da così lontano? Perché la chiave di lettura di Gramsci mi pare utile per capire come stiamo messi.

Oggi in Italia ci sono due questioni della lingua: la questione della lingua per gli immigrati e la questione della lingua per gli italiani. Non sono ovviamente slegate.

Ne abbiamo la riprova guardando l’atteggiamento della classe politica e dirigente del paese delle politiche migratorie e dell’istruzione: tante parole, pochi fatti. Le nostre classi dirigenti, italiane ed europee, non vogliono intervenire sull’immigrazione: non interessa, fa perdere voti, e poi in fondo le cose van bene così.
Il dibattito sull’istruzione da anni è sempre uguale: c’è tanto da fare, ma ora non si può. Lasciamo tutto com’è e vediamo come va.

La mancanza di interventi si traduce in un rafforzamento dello stato delle cose. In un’ottica gramsciana, questo significa che le classi dirigenti stanno riuscendo con successo a combattere la guerra contro le classi subalterne, di qualunque nazionalità. E non hanno ovviamente nessuna intenzione di cambiare qualcosa. Perché dovrebbero, in fondo?

In questa prospettiva, io credo che sia più che normale che non ci sia un riconoscimento della nostra professione: dovrebbe prima cambiare sia l’atteggiamento delle classi dirigenti sia sulle questioni dell’immigrazione, sia sulle questioni dell’istruzione. E sappiamo che questo non cambierà. A meno che non ci sia un movimento che possa cambiare le cose.
A grandi linee, direi che noi ci stiamo già muovendo in questa direzione. Ma da soli non possiamo farcela. Abbiamo bisogno di unire la nostra lotta alle altre, perché, in fondo, ogni lotta è sempre la stessa lotta.

E le lotte alle quali dobbiamo guardare, secondo me, sono prima di tutto quelle dei nostri alunni. Lavoriamo già in classe con loro, in fondo si tratta di lavorarci anche fuori: il nostro futuro professionale, per come lo vorremmo, passa soprattutto attraverso un miglioramento della loro condizione politica.

Ho aperto con una citazione gramsciana, e chiudo con un’altra: sono pessimista per intelligenza, e ottimista per volontà.

Lo so già che tutto quello che ho scritto suona vecchio, suona politichese, suona inutile e suona di vecchie parole d’ordine. Prendete quello che volete da quello che ho scritto, ma il succo è: da soli non si va da nessuna parte. Quali che siano le nostre chiavi di lettura, le nostre parole e le nostre prassi, se vogliamo averla vinta dobbiamo lottare con qualcun’altro. E con chi va deciso il prima possibile.

Andrea Cagli, è un insegnante di italiano momentaneamente espatriato a Grenoble, originario della Sardegna e formatosi a Siena.

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