Brescia e Bologna: risposte ai nostri bombardamenti di e-mail

articolo ara 23 genn

L’utilizzo di insegnanti volontari in pensione nel comune di Brescia e in una scuola di Bologna ha scatenato, come ben sapete, iniziative di protesta scaturite in un invio massivo di email alle istituzioni promotrici delle suddette iniziative.

Ora, a distanza di qualche settimana, questa modalità di espressione del dissenso inizia a raccogliere i suoi frutti. A questo proposito ci teniamo a sottolineare che crediamo fermamente nell’eterogeneità dei metodi: scrivere alle istituzioni interessate, ai politici, essere presenti agli eventi, volantinare, contattare giornalisti e chi più ne ha più ne metta. Ogni via, come pure tutto quello che interessa l’insegnante di italiano per stranieri (L2, LS, settore pubblico e privato), tutto rientra nell’interesse di Riconoscimento.

Ma arriviamo al sodo. Dal comune di Brescia non abbiamo ricevuto alcuna risposta, mentre l’Istituto comprensivo n°19 di Bologna, nella persona della sua dirigente scolastica, ha scritto una risposta degna di nota. È molto interessante perché fa riflettere, alcuni temi sono affrontati in maniera condivisibile e nella missiva trovano conferma disfunzioni che noi conosciamo e denunciamo da tempo.

La dirigente sottolinea il paradosso di un paese che accoglie ma non dà strumenti alle scuole per accogliere e le enormi difficoltà di queste ultime nel gestire la situazione:

Da moltissimo tempo, oramai, siamo chiamati ad assicurare il diritto all’istruzione agli  alunni non italofoni, inserendoli in classi corrispondenti alla loro età anagrafica o in quella immediatamente precedente; da sempre investiti della quasi totale responsabilità di garantire il successo scolastico a ragazzi che a undici, dodici, tredici e via dicendo anni, senza sapere una parola di italiano dovrebbero proseguire un percorso scolastico già intrapreso nei loro Paesi d’origine: senza niente, così, come se una lingua si imparasse per telepatia, per simpatia,  per “illuminazione”, soggiornando in mezzo ad altri 27 studenti e assistiti da insegnanti curriculari che preparano materiali didattici mirati a plurimi bisogni e li somministrano, guidano e controllano l’esecuzione delle consegne, verificano e valutano.

Poco più avanti parla di noi, insegnanti di italiano L2 e dell’impossibilità, anche in presenza di progetti dedicati all’apprendimento della lingua italiana, di assumere personale all’infuori di quello di ruolo,  a causa dell’assenza di un riconoscimento ufficiale della nostra figura:

Potremmo fare di più e meglio se la Scuola disponesse di maggiori risorse per realizzare progetti d’integrazione e di recupero, aggiuntivi  rispetto all’ordinario curricolo di studio! Progetti, tuttavia, che la scuola affiderebbe esclusivamente ai docenti titolari in organico di diritto del plesso, almeno fino a quando professionalità specifiche del settore non fossero riconosciute e previste dall’ordinamento scolastico vigente.

Tutto a tratti molto condivisibile ma, all’analisi di un occhio attento, non propriamente vero. Innanzitutto il continuo lamentio sull’assenza di fondi è in parte quasi una frase fatta, una giustificazione, un modo come un altro per non sollevare i problemi. Esistono i bandi FEI, ad esempio. Come pure esiste un grosso margine di autonomia scolastica, che permette ai singoli istituti di assumere collaboratori esterni (quanti di noi hanno avuto contratti simili?). Naturalmente noi siamo per il riconoscimento istituzionale. Ma non possiamo permettere la diffusione dell’ennesima diceria (perché si sa, le dicerie diventano verità di bocca in bocca e se hanno validi appigli) che in questo caso sarebbe questa: le scuole non possono avvalersi di esperti esterni e sono costrette ad affidare eventuali progetti solo a chi è già all’interno dell’organico.

La preparazione di questi insegnanti, poi, non vuole essere messa in dubbio dalla dirigente. Giustamente, visto che sta difendendo il suo operato da accuse. Ma ancora una volta, gli occhi dell’esperto rilevano una scarsa conoscenza della materia. Un esame di glottologia, abilitazioni in altre materie e corsi di intercultura e accoglienza basterebbero ad insegnare italiano L2:

Il Collegio docenti è costituito da personale abilitato all’insegnamento delle varie discipline, che sa  progettare percorsi di apprendimento ad hoc per le  più svariate esigenze e necessità degli studenti. Non sono pochi i docenti di Italiano laureatisi con un piano di studi includente l’esame di glottologia. Tanti sono i docenti di lingue straniere, e di italiano e  matematica e altre materie che hanno nel tempo seguito corsi di formazione  di Intercultura e accoglienza degli alunni immigrati.

Ancora una volta, riconosciamo alla scrivente una certa sensibilità, ma sempre molto modellata dal suo esclusivo punto di vista.

La risposta vagheggia inoltre un sentimentalismo ormai troppo frequente nell’ambito dell’immigrazione e della scuola. Si parla troppo di “insegnanti in pensione che volontariamente e generosamente mettono tempo e competenze professionali a disposizione degli studenti immigrati e svantaggiati”, “E continueremo a ringraziare i nostri colleghi volontari per la loro generosità, aliena a un  “do ut des” pragmatico ed egoista” . Molto semplice puntare sulla bontà degli uni contro l’egoismo degli altri, senza minimamente tener conto che l’egoista, nella fattispecie, è un professionista che ha investito tempo e denaro nella sua formazione e viene completamente dimenticato da uno stato assente e da un’epoca che così poco tiene ai suoi giovani. Non è uno scontro generazionale, non fraintendete, ma forse alcune tutele aliene al nostro modo di pensare e vivere sono così interiorizzate da altri da diventare assodate, invisibili, e a questi altri è difficile pensare con le nostre categorie.

Il volontario in quest’ottica diventa un eroe e non, come dovrebbe essere, una persona che è lì quasi per assurdo, almeno secondo logica. La scuola pubblica che si affida a volontari non è motivo di vanto, non è un’esaltazione della generosità  umana, ma è la sconfitta dello Stato, inteso soltanto come istituzione, non soltanto come Parlamento e Governo, ma come collettività. Siamo noi che facciamo lo Stato, che lo vogliamo così. E siamo noi che non ci stiamo lamentando della carenza di servizi ma stiamo esaltando questa carenza, nascondendoci dietro la bontà e la solidarietà.

RiconoscimentoSaraRC

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5 pensieri su “Brescia e Bologna: risposte ai nostri bombardamenti di e-mail

  1. La verità è che molte scuole attualmente soffrono tantissimo dei tagli subiti negli ultimi anni e alcune scuole Hanno persino chiuso e sono state poi accorpate ad altre (lo so bene, perché insegno spagnolo come precaria nelle scuole medie e superiori e conosco bene la situazione del Lazio). Il punto è che ancora i migranti, in alcuni casi, non sono visti come una priorità, e quindi i seppur pochi soldi che potrebbero essere usati ad es. in corsi di potenziamento L2 pomeridiani vengono usati in altre attività non sempre così utili (corsi di aggiornamento a cui nessuno vuole partecipare, noiosi convegni, tanto per dirne due). L’altra questione è: a chi piacerebbe se ad insegnare inglese, matematica filosofia a scuola ci fosse personale non qualificato? La risposta è: a nessuno! Tutti scenderebbe ro in piazza a protestare. Tuttavia l’ignoranza nei confronti di questa materia, la L2, e anche il fatto che la questione migranti/alunni stranieri interessi e coinvolga poco, lasciatemelo dire, la declassa a rango di materia secondaria e opzionale, degna solo di un paio di ore di corso alla settimana.

  2. Complimenti a Sara e a Pallino per le loro risposte precise e puntali a questa dirigente.
    Lavorando come esperta esterna in un CTP, posso solo confermare che, anche nell’ambito dell’insegnamento agli adulti stranieri, i soldi per organizzare i corsi di italiano L2 ci sono, eccome.
    Gli studenti non mancano, le motivazioni pure, esperti esterni pluricertificati e masterizzati, noi poveri cristi in attesa in graduatorie infinite, ce ne sono a decine.
    Purtroppo nelle istituzioni non ci sono le persone che sappiano utilizzare questi soldi: per incapacità, mancanza di volontà, di professionalità e perché, duole dirlo, hanno comunque l’accredito dello stipendio a fine mese sul loro conto corrente. Quindi le cose rimangono come sono: con gli insegnanti di ruolo, ex maestri/e o laureati in materie letterarie o simili, anche privi di qualunque certificazione a insegnare stabilmente, gli esperti certificati a spasso e gli studenti stranieri a prendere quello che passa il convento.
    Elena Stra/2

  3. Io ho risposto a Bologna così, non permetto che certi toni solenni e spocchiosi quando si sa di mentire e di farsi beffa di persone consapevoli di quel che accade al loro lavoro…
    _____

    Immagino che appena usciti da generazioni di garanzie sul lavoro ai vostri occhi questa protesta sia stata “inammissibile”, faticosa da comprendere, surreale, nei toni e nelle modalità.

    Invece sarebbe stato civile se non umano calarsi nei nostri panni e nelle vite di chi non ha tutele di alcun genere, malgrado abbia investito non solo danaro ma anche passione sui banchi di scuola e voglia offrire sempre un servizio ottimale alla comunità. Gli stranieri meritano personale didattico qualificato.

    Temo, lavorando a stretto contatto io stessa con i CTP che i docenti di Lettere, formati a insegnare a madrelingua (L1) non abbiano né le qualifiche né la capacità a fornire quanto detto, senza nulla togliere al loro nobile gesto.

    Invito però, in quanto finanziamenti, a rivolgervi a chi di competenza, visto che comunque la leggenda permane quando poi diventata passaparola si cancrenizza fino ad assumere toni epocali, se non apocalittici.

    Assieme ai miei colleghi abbiamo fatto formazione e lezioni ai ragazzi di una scuola media di Roma avvalendoci dei bandi FEI. Dunque invito alla cautela prima di esprimere lapidari giudizi in merito.

    La vergogna è anche questo, ovvero la vergogna di essere italiani e sentirsi continuamente gabbati.

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