Riconoscimento e le DA e gli IIC nel mondo

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Pubblichiamo questa lunga riflessione scritta da Ilaria Molineri. Oltre a sensibilizzare i lettori sull’argomento, vorremmo anche che colleghi che hanno insegnato nelle varie Dante Alighieri sparse in Italia e all’estero ci contattassero per poter raccogliere delle testimonianze da includere in una lettera di protesta formale, da inviare poi alle varie DA coinvolte, nonché alla sede centrale, che non può non essere a conoscenza dei fatti che vengono qui raccontati.

Insegnare lingua italiana all’estero, sì ma dove, e come?

Le possibilità sembrerebbero quasi infinite, 90 Istituti Italiani di Cultura (IIC), 430 comitati Dante Alighieri (DA) in Italia e nel mondo, scuole italiane, università… una più inaccessibile dell’altra. Molti di noi lavorano presso atenei all’estero a cui sono arrivati grazie a una procedura di selezione aperta, chiara e trasparente; sono ricercatori, lettori che affiancano all’insegnamento delle lingua anche il lavoro più prettamente accademico, quindi letteratura, cinema, storia, a seconda del loro percorso.

Tutto il resto è quanto mai nebuloso e di chiaro c’è solo il fatto che per accedere ai lettorati MAE, bisogna essere di ruolo. I lettori inviati dal MAE devono essere di ruolo in Italia e fare un concorso in cui però devono dimostrare la conoscenza delle lingue non delle nozioni di didattica dell’italiano a stranieri; idem per le scuole italiane. Non si capisce perché essere di ruolo sia un requisito sine qua non, ma tant’è.

L’insegnante di lingua italiana a stranieri, di cui tratta questo post, che secondo me è principalmente un tecnico (con delle fondatissime basi teoriche) o è già residente nel paese straniero o, non essendo di ruolo, può tranquillamente attendere il passaggio del prossimo tram.

Oltre ai lettorati MAE e alle varie università e scuole private di lingua in cui si insegna italiano, ci sono delle istituzioni che all’estero di occupano della diffusione della lingua e della cultura italiana: mi riferisco soprattutto a le scuole DA e gli IIC, che hanno “forme societarie” diverse, ma esattamente la stessa funzione (almeno quella sventolata sui siti internet), e pare anche la stessa pessima abitudine a non considerare prioritario uno staff di insegnanti qualificati, esperti e in cerca di esperienze stimolanti e qualificanti. Mandando un po’ di autocandidature alle DA le risposte, quando qualcuno si è degnato di rispondere, sono imbarazzanti e vanno da “noi non organizziamo corsi di lingua” (e allora cosa fate?), a “ci piacerebbe tanto averla qui ma ci hanno tagliato i fondi” (chi?), “mah… i nostri insegnanti sono tutti volontari” (e di cosa campano? ah già… del loro vero lavoro, qualunque esso sia).

L’ultimo bando uscito, quello del comitato di Dubai, invita “i residenti free lance che ritengono di aver i requisiti” a inviare la candidatura, senza nemmeno fornire il nome di un referente. Gli IIC lo mettono addirittura sui siti, alla voce “Opportunità” che farebbe meglio a chiamarsi “lasciate ogni speranza”: <<con l’occasione si ricorda che l’Istituto Italiano di Cultura non assume direttamente personale. Si prega pertanto di astenersi dall’inviare curricula e richieste di assunzioni>> ovvero “Lasciateci stare che siamo molto impegnati”. E’ evidente che questo modo di operare non funziona, è arcaico e non risponde più alle esigenze degli studenti, che per far fronte al loro bisogno di imparare hanno bisogno di strutture moderne e dinamiche, in grado di attirare e trattenere i migliori insegnanti sul mercato, e non le mogli annoiate di “qualcuno”, tutte sicuramente bravissime persone, ma che magari possono accontentarsi di dare una mano in altro modo.

Gli articoli del Fatto Quotidiano riferiti all’IIC di Bruxelles (articolo 1/articolo 2) – a cui adesso è seguita una video-inchiesta– portano alla luce una realtà surreale, non solo dal punto di vista dell’inquadramento degli insegnanti, ma in riferimento a tutta la gestione dell’Istituto stesso, che assomiglia più a un salone per le feste che a un centro culturale (con i bilanci in rosso oltretutto, e non me ne voglia Federiga Bindi… non conosco la situazione nel dettaglio e sarà interessante leggere le smentite ai numeri citati nell’articolo). Le reazioni di noi addetti ai lavori sono quasi seccate: “lo sappiamo tutti”, “è così da sempre”… allora forse è ora di cambiare, o per lo meno lavorare insieme per promuovere un cambiamento.

Io ho lavorato in Cina e in Russia in scuole private parte del network International House. Tramite il sito ihworld.com ho trovato delle offerte molto dettagliate, ho inviato una candidatura (cv e lettera motivazionale), ho svolto le prove inviatemi nella seconda fase del processo di selezione, ho fatto il colloquio via skype e sono partita. O meglio, mi è arrivato a casa il contratto (in inglese e in L1) con esattamente le stesse specifiche dell’offerta, in entrambi i casi 9 mesi di incarico, poi rinnovato sul posto, e una lista di documenti da inviare per il visto. La burocrazia delirante di Cina, Russia e Italia avvilisce anche i più motivati, ma i documenti sono stati consegnanti, mi è arrivata la lettera d’invito e il conseguente visto, che poi sul posto è stato convertito in residenza. Entrambe le scuole offrivano oltre allo stipendio alloggio e rimborso del volo A/R (o un forfait); 3 giorni dopo l’arrivo il solito orientamento,  il tempo di osservare qualche lezione e avevo il mio orario completo di circa 20 ore settimanali. Non è fantascienza, colleghi inglesi, spagnoli, tedeschi lo trovavano normale perché così operano in gran parte anche Britsh Council, Goethe Institut, Instituo Cervantes. Una parte del personale docente (e non) è reclutata a livello internazionale, una parte è costituita dai residenti in loco, il tutto all’interno di strutture che ricevono finanziamenti pubblici (come IIC e DA) che però sanno gestire e investire nella loro mission generando profitti, studenti contenti e insegnanti in carriera, che possono aspirare a un primo incarico, ma anche ad accedere a posti senior, come supervisori o formatori (e niente pranzi per i politici).

Da questo articolo del Sole24Ore a proposito delle DA emerge una realtà societaria inquietante. La sede centrale è una società pubblica, che riceve finanziamenti governativi ed è ovviamente in crisi, tanto che in corso il cambiamento della ragione sociale in Onlus (per poter ricevere donazioni private anche attraverso il 5 per mille). I comitati invece sono autonomi e non è chiaro se beneficino in qualche modo dei finanziamenti del Governo tramite la sede centrale. I loro bilanci però paiono in attivo. Dando un’occhiata ai numeri (discordanti) presenti sul sito DA (alle voci “Chi siamo” e “Mission”) e facendo un calcolo assolutamente empirico ogni comitato in Italia (forse 87 o forse 95) organizza nel peggiore dei casi 1,5 corsi di lingua, mentre all’estero pare vengano organizzati “circa 8698 corsi” o “circa 5900”, quindi tra i 13 e i 20 corsi a comitato. I dati sono sicuramente falsati, perché a noi insegnanti alcuni rispondono “noi non organizziamo corsi”, ma è chiaro che dove l’attività didattica è intensa, il bilancio è in attivo e il circolo è virtuoso, o almeno dovrebbe esserlo. C’è il timore che invece il circolo sia vizioso, perché è logico pensare che gli studenti paghino, ma gli insegnanti non vengano pagati o vengano pagati pochissimo, e quindi perché farne arrivare di qualificati dall’Italia, che magari vogliono uno stipendio, e hanno bisogno di una casa e un visto per lavorare legalmente?

Severgnini su Italians aveva parlato qualche tempo fa di creare gli Istituti Dante, di fatto fondendo IIC e DA e dotando questo nuovo soggetto di una forma societaria che gli consenta di operare sul mercato senza passare attraverso le forche della pubblica amministrazione (ma magari, aggiungo io, vista l’abitudine tutta italica a farsi i fatti propri, con l’obbligo di pubblicare un bilancio etico sul sito) o dai probi viri 50 in Italia e 25 all’estero. Se è già in corso una trasformazione della ragione sociale della DA sede centrale, perché non proporne una radicale che includa anche gli IIC?

Utopia? No, semplicemente bisogna cambiare tutto, e visto che quello che c’è funziona malissimo anche a detta degli addetti ai lavori più intellettualmente onesti, nessuno sarà troppo triste (e prima o poi i “politici” se ne faranno una ragione, magari aiutati dalla signora Giannini, che di italiano come lingua straniera qualcosa capisce e forse troverà opportuno fare da ministro quello che non ha fatto da rettore).

Se ci pensate bene, non è affatto utopia, è come funzionano da anni gli enti dedicati alla promozione e diffusione delle altre lingue e culture; non rivestono una funziona rappresentativa e diplomatica (ci sono gli addetti culturali delle ambasciate per quello) e non sono circoli dove ci si scambia le ricette della caponata; sono operatori culturali, dove le cose si fanno per davvero (poi noi siamo italiani e la caponata è buonissima, quindi si può pensare alla possibilità che quei circoli continuino a esistere, ma che abbiano un supporto serio in caso decidano di organizzare un corso di lingua). Ci possiamo sicuramente ispirare all’ottimo lavoro di quei comitati e IIC che, tra mille difficoltà, macinano corsi su corsi: lo scopo è facilitare il loro lavoro semplificando le procedure per far arrivare (e restare) gli insegnanti, perché è chiaro che dove ci sono molti corsi e molti studenti ci sono anche i fondi per promuovere la cultura, organizzare eventi, sovvenzionare biblioteche etc etc.

Rita Giannini in un post sul gruppo FB Italiano per Stranieri sempre a proposito dell’IIC di Bruxelles dice “le proposte le abbiamo fatte, basta leggere i rapporti”. Quali? Dove sono? Possono essere pubblicati e discussi?

La mia proposta è mirare agli Istituti Dante cercando di sistemare pezzo a pezzo l’inferno in terra che è il “sistema”, nell’accezione peggiore del termine, italiano LS e lo possiamo fare con una buona dose di mugugni (a cui deve essere dato spazio sui giornali) ma soprattutto con proposte concrete, lasciando da parte parole vuote come per esempio meritocrazia (non siamo mica a Porta a Porta).

Come predichiamo ai nostri studenti, si impara facendo e ognuno di noi può apportare idee prese in prestito da altre realtà; come facciamo in sala insegnanti tutti i santi giorni, possiamo tagliare, copiare e incollare i suggerimenti di tutti coloro che si sono stufati di rimbalzare sul muro di gomma; come quando entriamo in classe ci dobbiamo mettere in gioco, perché ne vale la pena.

Ilaria Molineri

RicoAmbra

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5 pensieri su “Riconoscimento e le DA e gli IIC nel mondo

  1. Rispetto a quello che dice Nadia Cat, non volevo in nessun modo lasciar intendere che la “riforma” degli IIC e DA fosse una soluzione alternativa al riconoscimento della professionalità degli insegnanti di italiano L2/LS. L’istituzione di una classe di concorso e l’abilitazione sono ormai una necessità che però io vedo molto importante per la scuola pubblica in Italia e le scuole italiane all’estero, e anche in questo ambito ci vorrebbe una revisione dei criteri per la selezione degli insegnanti che possono partire, soprattutto perchè essere abilitati non significa essere di ruolo, quindi si ripeterebbe lo stesso schema di “privilegio” che è in atto già ora.
    Per quello che riguarda gli IIC e le DA l’abilitazione sarebbe un buon punto di partenza per garantire che gli insegnanti reclutati siano competenti, formati e in grado di gestire le classi, ma io svincolerei il tutto dal contesto della scuola pubblica, soprattutto perchè il profilo degli studenti è completamente diverso (negli IIC e nelle DA sono in gran parte adulti, nella scuola pubblica evidentemente no), quindi forse potrebbe esserci spazio anche per figure non necessariamente abilitate ma con un profilo adatto. Del resto io proporrei anche di separare i CPIA (centri provinciali per l’istruzione in età adulta, ex CTP) dalla scuola comune; al momento un insegnante di ruolo può chiedere il trasferimento per esempio dalla primaria al CTP e passare tranquillamente dall’insegnamento a bambini italiani a quello di adulti magari analfabeti, in barba a tutte le teorie glottodidattiche. Anche in questo caso si tratta di una sorta di “privilegio” che taglia fuori completamente …beh, tutti quelli che non sono di ruolo, cioè tantissimi.
    Quanto alle forme di reclutamento, nel mio articolo ho volutamente tralasciato questo punto; io sono da sempre una sostenitrice della chiamata diretta, dopo una valutazione di CV, magari anche prove pre colloquio e contratti che prevedano periodi di prova in cui il candidato viene effettivamente valutato sul campo e se non è in grado – anche dopo interventi e formazione dedicata – viene rispedito al mittente (per me dovrebbe essere così anche nella scuola pubblica) . Non è un’assurdità, molti sistemi scolastici in Europa selezionano così i loro docenti, ma è possibile anche un sistema misto. Nel caso di IIC e DA, basterebbe stabilire che una percentuale degli insegnanti deve essere fissa, un po’ come fanno all’Instituto Cervantes. Coloro che sono assunti tramite la sede centrale partecipano al bando e (credo) superano un concorso, dopodichè sono a tutti gli effetti personale assunto. Come i diplomatici, devono cambiare destinazione ogni tot anni (docenti e non) e sono comunque affiancati da personale assunto localmente, per far fronte alle esigenze operative di ogni sede. Si potrebbe prevedere anche la possibilità di incarichi a tempo, con un minimo di sostegno per relocation e soprattutto visto.
    Io ho molto chiaro chè assurdo e anche un po’ anacronistico sperare “nel posto fisso” e cercare di proporre soluzioni che vadano in quella direzione, quando tutto il mondo produttivo va in una direzione opposta. L’importante però è che l’accesso non sia precluso a priori come lo è ora e che vengano previste delle forme contrattuali che permettano di lavorare legalmente in un paese.
    Oriana Baldasso hai ragione, non solo mugugni ma anche esempi positivi per ispirarci e proporre, perchè “io non sono d’accordo” senza una proposta alternativa non basta più, secondo me.

  2. Pingback: Riconoscimento della professionalità degli insegnanti di italiano L2/LS | Il Fatto Quotidiano e l’insegnamento dell’italiano all’estero

  3. Mi sembra un sogno pensare che i nostri carrozzoni IIC – DAdiventino come quelli degli altri enti che forniscono corsi di lingua per le rispettive lingue e culture! Ma è un sogno che varrebbe moltissimo la pena realizzare… Sono estasiata dalla descrizione che fai della International House… Beh, basta commozione… che si può fare? Le idee di articoli – mugugno dovrebbero vertere molto su quello che di positivo fanno gli altri, secondo me, per chiedere “perchè da noi invece c’è questo disastro?” …però non lo conosco abbastanza, quello che gli altri istituti di cultura stanno facendo, se non che il Cervantes di Istanbul ho scoperto da poco che ha una stupenda biblioteca che presta tantissimi manuali e cd con film e mi consente di accedere online e scaricare audiolibri… chi sa molto più di me, condivida.

  4. Copio -dalla pagina Fb- il commento di Roberta Zazzy (26 marzo 14): E’ vero, agli IIC non è permesso il reclutamento diretto, ma poi però fanno contratti temporanei secondo la legge locale a persone che appunto risiedono in loco. L’unica chiamata “diretta” dall’Italia dipende da una legge (non ricordo quale), parte del loro regolamento, che permette di reclutare laureati italiani con 110 e lode da non più di 4 anni (mi sembra). Però ultimamente anche questa possibilità viene sempre meno, perché appunto a loro costa di più! E gli IIC che abitualmente se ne servivano (tipo Parigi, Il Cairo, Madrid, Barcellona) ormai assumono sempre meno così e sempre più a chiamata in loco.

  5. Copio -dalla pagina Fb- il commento di Nadia Cat (26 marzo 14): Ringrazio Ilaria per questa riflessione che condivido nelle sue linee generali. Non concordo, invece, sulle proposte. La prima riguarda il ruolo degli insegnanti chiamati dal MAE. Io credo che ci si debba battere affinché anche gli insegnanti di italiano L2/LS abbiano un ruolo sulla base del quale poter andare in mobilità all’estero. Se si percorre questa via, io credo si faccia un passo indietro rispetto alla battaglia per il riconoscimento perché si legittimano le istituzioni a negare completamente il bisogno di riconoscere in qualche maniera l’esistenza di una figura di insegnante di italiano L2/LS, così come già sta facendo rispetto agli IIC. Non dimentichiamo che un ruolo di italiano L2/LS potrebbe finalmente regolarizzare anche tutti coloro che già a vario titolo insegnano nelle scuole italiane e non dimentichiamo che secondo le leggi italiane per accedere a posti pubblici bisogna necessariamente fare dei concorsi. Poiché le scuole all’estero sono scuole italiane a tutti gli effetti, entrare in quelle scuole senza ruolo significherebbe legittimare la stessa cosa anche in Italia, aprendo le porte alla privatizzazione sfrenata. Se non c’è un ruolo per gli insegnanti di italiano L2/LS secondo me la soluzione non è abolire il ruolo, ma crearne uno nuovo. Il secondo punto su cui non sono d’accordo è la proposta di creare gli Istituti Dante. Per quanto ne so io la maggior parte delle Dante nel mondo sono solo sedicenti scuole che usano il marchio Dante senza avere quasi nessun legame con la Dante in Italia, comitati autonomi e senza nessun controllo. Perché mai dovremmo impegnarci per salvare questi carrozzoni che spesso con l’Italia non hanno quasi niente a che fare? Invece per lavoro mi capita di andare in molti IIC nel mondo e spesso trovo situazioni estremamente virtuose nella promozione della cultura italiana in generale, meno spesso situazioni virtuose nei corsi di lingua. Ma gli IIC in cui sono stata recentemente (San Paolo, Rio de Janeiro, San Francisco) hanno una cosa in comune: non gli è permesso il reclutamento diretto di insegnanti. Secondo me è questo il vero dato rispetto al quale dovremmo ribellarci e che dovrebbe farci riflettere. Se non c’è reclutamento diretto, come si può garantire la qualità didattica? Per ora, nei posti in cui sono stata, mi pare che ancora la qualità ci sia, ma temo che nel giro di qualche anno, con il futuro avvicendamento di Direttori che potrebbero essere meno sensibili rispetto all’importanza dei corsi di lingua, possa perdersi.

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