Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

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Non poteva mancare anche sul nostro blog l’articolo di Fabrizio Lorusso sulla situazione dell’insegnamento della lingua italiana all’estero. L’articolo è apparso recentemente su altri siti: Carmilla Online, Minima et Moralia, La poesia e lo spirito e più recentemente su Ildueblog.

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento dei docenti di linguacultura[[i]] italiana a stranieri e delle figure specializzate nell’insegnamento L2/LS (lingua seconda/lingua straniera) c’è poca informazione sul caso delle istituzioni italiane all’estero, in particolare degli Istituti Italiani di Cultura (IIC). La precarietà imperante, a livello umano e lavorativo, in quello di Città del Messico è rappresentativa di una situazione generale preoccupante che vale la pena raccontare. Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Si cerca di risparmiare recuperando docenti in pensione, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia prima di insegnare a stranieri.

In un testo del 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che

“insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC, ma anche dalla mia esperienza come docente di linguacultura in diverse scuole italiane in Messico: alla Dante Alighieri, che funziona come una società registrata in loco, in alcuni istituti privati messicani e, soprattutto, all’IIC di Mexico City che è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato.

Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, contrattati in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Dulcis in fundo, ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno in quanto sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria.

Tra i funzionari del MAE ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici a tempo indeterminato, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che, in genere, possono raggiungere stipendi superiori, rispettivamente, ai 5 e 10mila euro al mese (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche). Se un contrattista non ha la cittadinanza italiana, può acquisirla dopo 5 anni di lavoro per il MAE.

Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento, miglioramento e tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sul lavoro nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste sui professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

2 Esempio Contratto IIC-1

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per un corso specifico e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. Una causale piuttosto discrezionale, che viene però “ribadita” al punto 6: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione.

Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Inoltre non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi.

Assentarsi non è una scelta facile, perché come professori significa perdere lo stipendio per le ore di corsi di quel giorno. Non c’è “l’indennità per malattia” o per altri motivi giustificati. Alcuni docenti, comunque, possono stare a casa e altri no, dipende. Per di più può essere richiesto dalla segreteria un certificato medico. Secondo quanto riferiscono alcuni professori, verrebbe accettata un’assenza dal lavoro solo per “gravi motivi di salute”, ma non c’è una regola scritta o una circolare che lo confermi, non c’è un’idea chiara su quali siano questi “gravi motivi”.

In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito come (si suppone che ci sia) in Italia e quindi richiedere un certificato obbligherebbe il docente a cercare un medico privato che lo rediga per 30 o 40 euro. La maggior parte dei docenti non è iscritta al sistema sanitario pubblico locale né tale beneficio è previsto dai contratti. Inoltre la sanità pubblica è al collasso, non esiste il medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato e farsi fare il certificato. Pare che la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, però il fatto che venga lanciata è di per sé grave.

Quindi meglio non stare male o assentarsi, nemmeno per fare corsi di formazione oppure per sposarsi (e parlo di situazioni realmente accadute), perché si rischia il posto di lavoro e comunque nella stragrande maggioranza dei casi non c’è alcuna possibilità di recuperare le ore perse, siccome la richiesta di supplenze da parte dei colleghi viene approvata dalla direzione, che non sempre la concede, così come può o no concedere il recupero delle ore in altre giornate.

Contratti, imposizioni e ricatti

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE a Roma, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, proprio nella capitale.

Tutto questo accade malgrado il punto 2 statuisca chiaramente: “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”, nel senso che se non c’è un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare un accordo, allora resta solo una decisione unilaterale. E se una decisione non si basa su criteri scritti, resi pubblici sul web o almeno in una circolare, diventa arbitraria.

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità, anche di fronte al Ministero, e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, si tratta di “unilateralità” o imposizioni, in spregio al contratto.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, in un territorio amministrato dall’Italia, pensavano magari di aver acquisito qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in altri paesi latinoamericani, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC, impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC. A lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari, sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale:

“L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”.

Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2011-2014.

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una lunga serie di irregolarità, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

In ambito lavorativo il testo dell’interrogazione cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento):

“Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Inutile dire che negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni due anni. In questo periodo l’inflazione s’è mangiata almeno il 16% del potere d’acquisto degli stipendi, ma i dati ufficiosi parlano di un’erosione molto più profonda.

Dal punto di vista culturale la gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava suNazione Indiana in questi termini:

“Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta.

Bisognerebbe chiedere soprattutto una riforma integrale degli IIC, delle loro logiche di funzionamento, del sistema delle nomine di addetti, direttori, dirigenti, funzionari/contrattisti e professori. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo.

TWT @FabrizioLorusso

 

[i] La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

2 pensieri su “Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

  1. Cara Elena, in effetti le condizioni che descrivi sono (purtroppo) pessime e simili alle nostre. L’aggravante dei diritti sui materiali mi pare surreale, andrebbe verificata con un legale! Spero almeno che, a differenza di quanto succede in Messico, per ogni contratto, per quanto “minimalista” e precaria esso sia, ti vengano versati dei contributi e sia “valido” a fini INPS o per qualcosa insomma… Un abrazo, ciao, Fabrizio

  2. Devo dire che questo articolo non mi meraviglia molto.
    Anzi, per niente, visto che questo tipo di contratti sono la prassi per chi lavora come insegnante cosiddetto “esperto esterno”.

    Al di là del caso degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, tutti i miei contratti di “collaborazione” o di “prestazione d’opera intellettuale per attività di insegnamenti facoltativi e integrativi” o di “prestazione d’opera professionale occasionale” per l’insegnamento dell’italiano L2 (o dell’inglese, nel mio caso) con scuole pubbliche, sono fatti più o meno così.
    Non esiste la malattia retribuita, i permessi vanno richiesti ed eventualmente concessi, il docente non può avvalersi di sostituti, esiste la clausola di “recessione del contratto qualora l’Istituzione Scolastica accerti che la prestazione venga effettuata con imperizia o negligenza”, e ultimamente esiste anche la clausola per cui l’insegnante “cede alla scuola ogni diritto esclusivo di pubblicare, utilizzare economicamente e cedere a terzi il materiale relativo alla collaborazione”. Quindi, da quel che ne ho capito, se io, con l’esperienza maturata durante il mio lavoro, mi invento del materiale didattico o scrivo un manuale a uso dello studente o dei docenti, devo anche cedere alla scuola il diritto di pubblicare e utilizzare economicamente le mie idee.

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