Dove vanno gli insegnanti di ItaL2 nelle università?

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Venerdì 24 giugno si è svolto a Roma, presso il MIUR, il convegno CUN Area 10 [1] dal titolo: “ Dove va l’università pubblica in Italia? Le attese dell’area umanistica”.

È una domanda che ci stiamo facendo un po’ tutti, in realtà. Avuta notizia per caso di questo incontro pubblico, ci sono andata insieme ad un’amica e collega.

Abbiamo passato la prima parte della giornata a sentir parlare di FFO, reclutamento, Anvur, valutazione, RTD-A, RTD-B e tante altre sigle, di cui ignoravo l’esistenza e su cui, quindi, sorvolo.

Nel pomeriggio, alla ripresa dei lavori, finalmente è arrivato il turno del Prof. Giovanni Iamartino (professore ordinario di lingua e traduzione lingua inglese, Università degli Studi di Milano) che ha narrato la storia contrattuale dei CEL, con una ricostruzione (a detta delle colleghe CEL a TI di lingua straniera che erano lì con me) molto vicina alla realtà. Ha parlato anche del contenzioso che mette in stallo l’insegnamento linguistico, perché le università non contrattano più CEL a TD e che le soluzioni precarie, Co. Co. Co, contratti vari, non offrono la stessa qualità.

Il discorso del Prof. Iamartino era evidentemente riferito ai colleghi CEL di lingua straniera: nessun riferimento ai CEL di lingua italiana che, come sappiamo, esistono nelle università, forse in numero minore rispetto ai CEL di lingua straniera, tuttavia presenti.

Il Prof. Giovanni Iamartino e il Prof. Antonio Pioletti (professore ordinario di Filologia romanza dell’Università di Catania, in pensione da un anno) fanno parte di una commissione incaricata dal MIUR all’interno dell’ Area10, per individuare una nuova figura professionale che vada a sostituite il CEL nelle università. I lavori sono in corso, quindi non è ancora chiara la dicitura di questa nuova figura professionale, forse, “formatore linguistico”, a detta di entrambi.

Anche l’inquadramento giuridico è da definire: non docente, non PTA (personale tecnico amministrativo), magari una specie di tecnico di laboratorio. Forse non hanno voluto esporsi più di tanto su questo aspetto parlando comunque di una figura chiara, ma flessibile soprattutto nel monte ore annuo (da 250 a 1500 ore).

Si è accennato anche a norme transitorie per far passare i CEL alla nuova categoria (atte a tutelare il pregresso, ma non definite).

Come si nota, quindi, l’intervento della commissione sui CEL è incentrato sulla figura dei CEL di lingua straniera negli atenei italiani. Nessun accenno ai CEL di lingua italiana.

Per questo l’intervento della collega che seguiva con me il convegno,è stato in primis importante per spiegare chi siamo, per sottolineare la babele di contratti atipici che ci caratterizza e per raccomandare un’attenzione nei nostri confronti.

Il suo intervento ha puntualizzato tre aspetti:

  1. esistono i CEL, formatori, ecc.  cioè insegnanti di lingua italiana che vanno inseriti nel documento e che vanno tutelati in quanto indispensabili nell’ambito del processo di internazionalizzazione che gli atenei “rincorrono”;
  1. le eventuali norme transitorie devono tutelare i diritti dei lavoratori che hanno molti anni di esperienza alle spalle e numerosi titoli di perfezionamento, per evitare che si incorra nel disastroso risultato del concorso della Classe A23 dalla quale gli insegnanti di italiano L2 sono di fatto stati esclusi;
  1. occorre trovare un equilibrio rispettoso dell’orario, in quanto non è ipotizzabile un monte orario che vada oltre certi limiti (1500 ore da dividere per 12 mesi, diventano 125 al mese, lavorando anche a Natale).

Dalle risposte dei relatori in plenaria e in privato (siamo riuscite ad avere una breve conversazione) si evince quanto segue:

  • ad oggi non sono stati inseriti i CEL di italiano nel documento;
  • il monte orario fino a 1500 ore doveva essere inteso non totalmente destinato alle ore di lezione frontali;
  • si mostra disponibilità e una timida apertura (almeno a parole) nei confronti dei CEL di italiano;
  • in alcuni atenei (Catania) si sta procedendo alla stabilizzazione dei CEL.

Alla fine dell’incontro abbiamo parlato con  il Prof. Pioletti, disponibile ma purtroppo vago sulla nuova figura professionale, su come risolvere gli arretrati (diceva che ogni Ateneo se la vedrà da solo…), sulle norme transitorie, sul Contratto nazionale (che non è sua prerogativa), sul monte ore, ecc. L’unico dato di fatto è che il gruppo di lavoro si incontrerà il 22 luglio a Firenze per ultimare la proposta.

Ci chiediamo se, alla luce della impossibilità per gli atenei di stipulare nuovi contratti Co. Co. Co a partire dal 1° gennaio 2017, questa nuova figura professionale che andrà a sostituire i CEL potrà interessare anche noi ex CEL di lingua italiana e ad oggi “formatori linguistici” Co. Co. Co  nelle università.

Dovremmo cercare di avere una risposta, informarci e fare delle proposte concrete.

 

Cecilia

 

[1] AREA 10 – Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche

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2 pensieri su “Dove vanno gli insegnanti di ItaL2 nelle università?

  1. Grazie per aver partecipato all’incontro e per aver messo a conoscenza della situazione di precarietà degli insegnanti di italiano L2. Personalmente non ho mai lavorato come CEL di lingua italiana: penso che sarebbe auspicabile un confronto sulla questione contrattuale e sull’inquadramento del nostro lavoro coinvolgendo i Cobas di Roma che stanno seguendo la questione per quello che riguarda la A23 e che potrebbero dare consigli su quali proposte fare. Da quanto leggo mi sembra di capire che non ci sia una chiarezza su questi aspetti e che non sia neanche una loro priorità: un rischio che mi sembra di percepire è che si avrà una nuova e ulteriore frammentazione dei precari dividendo CEL di altre lingue da quelli di lingua italiana. Inoltre alcuni atenei stanno procedendo alla stabilizzazione dei professionisti: quindi ogni ateneo stabilizzerà in modo discrezionale i suoi collaboratori? In base a quale norma/criterio? Perdonate le domande forse ingenue ma la realtà dell’università non la conosco bene.
    Grazie ancora per l’impegno e il tempo che dedicate alla questione.

    • Ciao Roberta, le uni hanno una certa autonomia credo anceh a livello amministrativo (ma anche io non ne so molto, pur lavorandoci) e soprattutto si muovono all’interno di un quadro normativo di leggi sul lavoro che è nazionale; in parole povere stipulano i contratti che la legge nazionale permette loro di stipulare. Che ne abusino è un altro discorso ancora… Siamo finiti nei contratti atipici così come ci sono finiti altri colleghi di altre pubbliche amministrazioni (mi limito al settore pubblico).

      I CEL hanno un contratto collettivo nazionale, poi declinato nelle diverse realtà.
      Il problema non è tanto la divisione dei CEL di lingua straniera da quelli di lingua italiana,almeno secondo me, quanto la nostra totale condizione di precarietà che in alcune realtà (vedi unistrapg) non ha più neanche un minimo di prevedibilità: se prima con la sfera di cristallo e un po’ di fortuna riuscivamo a capire più o meno quanti mesi all’anno saremmo riusciti a lavorare in una università, adesso diventa impossibile anche questa previsione (per noi vitale!). Inoltre nel 2017 i cococo dovranno sparire, rischieremo la partita iva? Nessuno parla di “stabilizzazione”, io al massimo sento parlare di partite iva o società esterne.

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