#RicorsoA23 – Il Tar ci conferma:dovevate consultare la sfera magica!

John_William_Waterhouse_-_The_Crystal_Ball J.W. Waterhouse, La sfera di cristallo, 1902

Ieri è uscita, dopo le sentenze provvisorie, la prima sentenza collettiva del Tar del Lazio 07505/2016 sul ricorso per la A23  presentato dallo studio dell’avvocato Leone.

Il Tar respinge i ricorsi sulla base di due premesse:

  • La legge 107 prescrive il possesso di un’abilitazione ai fini dell’ammissione alle prove concorsuali – “la Direttiva 2005/36/CE consente di ricondurre la professione di insegnante alle cd. “professioni regolamentate” di cui all’art. 3, comma 1, lett. a), della direttiva citata, la quale non preclude al legislatore nazionale la possibilità di prescrivere ai fini dell’ammissione alle prove concorsuali, particolari qualifiche professionali, quale l’abilitazione all’insegnamento, in aggiunta al titolo di studio”;
  • Il fatto che la A23 sia una Cdc nuova non implica una clausola di salvaguardia, in quanto la tabella A prevede alcune abilitazioni ammesse alla prova concorsuale, anche se in altre materie, sentenziando quindi che “gli odierni ricorrenti … avrebbero potuto conseguire l’abilitazione in una delle classi, previste dalla tabella A di equiparazione allegata al regolamento attuativo, per la partecipazione al concorso nella classe di nuova istituzione A23”;

Il Tar ci sta praticamente dicendo che quando abbiamo iniziato la nostra professione, ci saremmo dovuti dotare di sfera di cristallo o avremmo dovuto consultare una maga per prevedere:

  • l’abilitazione in un’altra materia (tutti noi seguendo la logica del razionalismo occidentale in cui siamo cresciuti, abbiamo pensato di specializzarci  nel lavoro che svolgevamo…)
  • costruirci i percorsi formativi che ci avrebbero permesso di partecipare al concorso senza essere in deficit di CFU  che adesso il ministero ritiene fondamentali nella formazione del docente di italiano lingua seconda.

L’amarezza è tanta: abbiamo sostenuto il settore in tutti questi anni e invece di ricevere un riconoscimento per il nostro lavoro, fatto molto spesso in condizioni estremamente difficili, veniamo messi da parte.

Abbiamo l’impressione che la nostra disciplina sia stata paragonata all’insegnamento del sostegno, sia quindi una “costola” di altro;  la sensazione è che  non sia più una disciplina con dei fondamenti e delle caratteristiche ben delineati, come invece ci era stata presentata negli ultimi venti anni nei vari percorsi di formazione a cui abbiamo partecipato (pagati profumatamente!) offerti dalle università specializzate in questo settore.

L’unica strada che resta da percorrere è quella politica, sperando che questa volta il MIUR sia disponibile ad ascoltare le nostre istanze, ma per farci sentire abbiamo bisogno di essere in tanti e convinti delle nostre ragioni.

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